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Morto Mike Bongiorno, eroe antifascista

La morte di Mike Bongiorno è stata secondo la direttrice de L’Unità Concita De Gregorio la scomparsa del “Gran Cerimoniere di un’Italia prudente e perbene, quella spazzata via dai[...]

il libro di giandomenico crapis sul Pci e la tvLa morte di Mike Bongiorno è stata secondo la direttrice de L’Unità Concita De Gregorio la scomparsa del “Gran Cerimoniere di un’Italia prudente e perbene, quella spazzata via dai Corona e Lele Mora coi quali le tv del grande amico lo hanno sostituito appena gli è convenuto”. Sul quotidiano spaziano commenti di Fofi e di Manconi, e la De Gregorio li riprende: “Dice Fofi: «Aveva tradotto in linguaggio televisivo quel vecchio slogan della Dc: Progresso senza avventure». Dice Manconi: «La sua era una Grandezza nonostante»”. E tuttavia sembra, la direttrice, non aver capito quel che dicono. Perché conclude che invece “questi sono tempi di avventure senza progresso e di pochezza trionfante, non i suoi”.

Per il segretario del Pd Franceschini Bongiorno, “antifascista” e “amante della libertà”, era la “televisione che costruiva senso comune”, mentre per Veltroni “tutta l’Italia” lo rimpiagerebbe, perché protagonista di una tv “intelligente e popolare” .

Anche Controcultura ha voluto ricordare questo everyman-motore progressista italiano.

Anche nella valanga di citazioni della famosa “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, scritta da Umberto Eco nel 1961, tutti sembrano dare per scontato che si trattasse di un affettuoso omaggio all’uomo del quiz italiano. Non era così. Bongiorno-everyman era l’emblema della conservazione. Era l’uomo che cristallizzava in tv l’ordine costituito.

Scrive tra l’altro Eco:

“Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si na­sconda una verità, comunque non lo considera come vei­colo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non man­ca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… “Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?”). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: “Cosa vuol rappresentare quel quadro?” “Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?” “Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?”.”

E’ questo il simbolo antifascista e amante della libertà di cui parla una parte della sinistra italiana?

Il vero problema irrisolto nessuno lo ha sollevato: perché - nonostante tanto parlare di egemonia del PCI - dagli anni 50 in poi la cultura popolare nazionale si è formata dalla televisione. E in televisione l’egemonia non fu affatto del PCI. Oggi il Pd, con il suo giornale e i suoi dirigenti, guarda a quell’epoca con rimpianto, cita sempre “Non è mai troppo tardi”, gli sceneggiati e persino il varietà, che era taaanto più elegante di quello sciatto di oggi. Ma non si interroga sul ritardo con cui ha elaborato un discorso.

Un bel libro di qualche anno fa raccontava il rapporto tra il Pci e la televisione da - guarda un po’ - Lascia o raddoppia alla guerra degli spot. Il libro si chiama “Il frigorifero del cervello”. Basta scorrere i titoli dei capitoli per capire. Ne cito alcuni

- «Lascia o raddoppia?», un gioco pericoloso, p. 28 -
- Il processo al piccolo schermo, p. 33 - Il cinema contro la tv, p. 39
- Tra «libera antenna» e difesa del monopolio
– Il referendum sul divorzio: la tv secondo Pasolini, p. 96 -

Una recensione del mensile L’Indice parlando del libro scrive tra l’altro:

“Vi era sì, sin dal 1954, primo anno delle trasmissioni televisive in Italia, un atteggiamento di ripulsa verso il governo che la tv aveva promosso. Vi era anche un ovvio atteggiamento antiamericano. Ma si sospettava altresì, per una sorta di pregiudizio antitecnologico, che la tv, roba da ricchi sfaccendati, non avesse avvenire. Le si contrapponeva la proiezione di un film, dopo il quale era possibile effettuare quel terrificante dibattito, praticato anche nelle parrocchie, che un giovanissimo Nanni Moretti osò nel 1976 denunciare in modo ormai leggendario e definitivo (”No, il dibattito no!”). Lo spettatore televisivo, d’altra parte, era un mero individuo non contattabile e chiuso in un ambiente ristretto. Cominciava in Italia l’era elettronica dell’individualismo di massa, segnata nel tempo da varie tappe tecnologiche (tv, registratore, cellulare, Internet). Fu così che, curiosamente, la Dc creò uno strumento “pubblico” che si rivolgeva a cittadini raggiunti nella loro dimensione “privata”, laddove il Pci privilegiava strumenti di comunicazione “privata” in grado di avere una funzione “pubblica”. Con Lascia o raddoppia? (in onda dal novembre 1955) la tv inaugurò il suo vero potere. E il Pci si trovò in imbarazzo. La tv era troppo “altra” dalla sua cultura per essere amata, troppo popolare per essere apertamente disprezzata. Si preferì allora, sui giornali comunisti, parlarne poco o nulla”.

Oggi i dirigenti del Pd rimpiangono la tv di trent’anni fa. Qualcuno da un po’ tempo considera rivoluzionario Drive In e Striscia la notizia. Tra trent’anni dovremo sentire anche la rivalutazione del Grande Fratello?