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Cure alternatie e naturali. Come sceglierle (2)

Che dire dei tempi lunghissimi necessari per concludere le sperimentazioni ? Si tratta di un periodo di molti anni che, se non preoccupa chi è in buona salute, costituisce invece un'attesa difficilmente sopportabile per chi soffre di malattie che potrebbero essere guarite dal preparato in sperimentazione, della cui innocuità (anche se non ancora dell'efficacia) si è magari già sicuri.

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Perlomeno, dirà qualcuno, i preparati sperimentati con tutti i crismi scientifici con enorme investimento di tempo e denaro, sono efficaci e sicuri al 100%; vero? No, non sempre! Basta ricordare quanti preparati, pur passati per la trafila in questione e dapprima presentati come sicuri, (dal rezulin al vioxx, per citare solo i casi più recenti) sono poi stati ritirati dalla circolazione per le morti causate. Per non parlare della terapia ormonale sostitutiva per le donne in menopausa, che per tanti anni è stata consigliata quasi a tutte e di cui poi si è scoperto l’effetto potenzialmente cancerogeno. Forse i risultati sarebbero stati migliori se fin dall’inizio, anziché usare degli ormoni sinteticamente modificati (v.sopra) e tratti dall’urina di cavalle, fossero stati somministrati ormoni femminili in forma naturale, bioidentica, e soprattutto nelle giuste proporzioni l’uno con l’altro. E’ questo il motivo per il quale, quando sento qualcuno dire che dovrebbero essere prescritti per le cure solo dei preparati “scientificamente provati” e che i preparati “alternativi” sono inefficaci, perchè non ne è stata “scientificamente provata” l’efficacia, non posso fare a meno di restare a volte perplessa.
Le industrie farmaceutiche, che -con lodevoli eccezioni- hanno come primo compito quello di realizzare un profitto e solo dopo quello di guarire le persone (spesso ma non sempre i due scopi coincidono), non hanno interesse a sborsare i soldi per la sperimentazione di preparati che non consentirebbero, anche se efficaci, grandi guadagni. Chi dovrebbe quindi preoccuparsi di portare a termine le sperimentazioni? Forse gli ammalati? Oppure le istituzioni pubbliche, università ed istituti di ricerca, che però in genere non dispongono di tutti i soldi che sarebbero necessari? Le industrie farmaceutiche fanno il loro mestiere: devono rendere conto agli azionisti che vogliono vedere dei guadagni e non sono delle istituzioni che hanno come primo scopo il bene pubblico, anche se questa è la percezione erronea di loro che molti di noi hanno. Occorrerebbe un intervento molto più consistente ed una disponibilità di fondi molto maggiore da parte delle istituzioni pubbliche.

Nel frattempo che fare? Se, come osservavo, alcuni metodi “alternativi”, pur non “scientificamente provati”, sembrano essere efficaci in base a tradizioni ancestrali e rapporti di centinaia di medici e pazienti, potrebbe non essere tanto balzana l’idea di applicarli, in aggiunta ai preparati convenzionali, purché sia sicuro che perlomeno non provocano effetti nocivi e non siano troppo cari. Sulle terapie “alternative” che illustro in queste pagine, è stata peraltro eseguita una grande quantità di studi. Questi studi seguono criteri scientifici, anche se non sono considerati tali a titolo pieno, perché non hanno seguito tutti i requisiti (studi randomizzati, con gruppo placebo e di controllo ecc.) che quasi esclusivamente le industrie farmaceutiche possono a quanto pare finanziariamente permettersi di effettuare.
Per finire, vi racconto una favola. ” C’era una volta una pianta della foresta brasiliana, da sempre usata dagli indiani dell’Amazzonia, per le sue straordinarie proprietà terapeutiche. Una grandissima industria farmaceutica cominciò molti anni fa ad interessarsene, vide che era molto più tossica, per le cellule di un tumore e solo per quelle, dei preparati chemioterapici in uso. Poiché, ciò nonostante non era possibile fare un gran guadagno con questa pianta (quale preparato naturale e non brevettabile, poteva essere messa in commercio da chiunque), l’industria cercò per sette anni di modificarla e di estrarne sostanze isolate, allo scopo di elaborare un preparato sintetico, altrettanto efficace ma brevettabile; non ci riuscì (non è così facile copiare la natura) e decise di abbandonare il tentativo. A questo punto cosa pensate che abbia fatto l’industria in questione? Pensate che abbia allertato in merito a questa meravigliosa scoperta stampa e televisione, avvisato le istituzioni pubbliche del Paese, affinché questa pianta, anche se non poteva essere sinteticamente imitata e quindi venduta in esclusiva dall’industria in questione, venisse messa a disposizione del pubblico? E perché mai? Per veder calare le vendite degli altri preparati da questa venduti? L’industria , che non era una istituzione di pubblica utilità, se ne stette zitta e buona, sperando che nessuno avrebbe più parlato della pianta in questione. Per fortuna uno dei ricercatori coinvolti non se la sentì di starsene anche lui zitto e buono. Iniziò a parlare e a stimolare ulteriori ricerche pubbliche indipendenti, che in gran numero stanno iniziando a confermare le proprietà di questa pianta.

La favola dovrebbe quindi avere un lieto fine, purché le ricerche si concludano prima che anche le ultime tracce della foresta dell’Amazzonia, e con questa le innumerevoli piante che in essa si trovano, con proprietà terapeutiche ancora sconosciute, spariscano per far posto ai pascoli per bovini destinati a fornire la carne per hamburger della catena dei Mc Donalds.”
Per fortuna è una favola, direte? Ebbene, non ne sarei tanto sicura, anche se l’ho presentata come una favola. Sto completando le ricerche sulla documentazione in proposito e chi è interessato potrà in seguito trovare su queste pagine ulteriori notizie. E’ impressionante la quantità di studi e articoli che fin dal 1979 si stanno accumulando su questa pianta, da secoli utilizzata dalle popolazioni indigene anche per tutta una serie di altri malanni. Ciò nonostante, pochissimi ne hanno sentito parlare.