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Arte e te' - Giorgione - La Tempesta

Appuntamento per il 19 febbraio alla Libreria Jonathan Livingstone di Sant'Agnello dove Elio Angrilli ci racconterà "La Tempesta" di Giorgione

la tempesta di Giorgione

Libreria Caffè Jonathan Livingstone
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Giorgione e’ lo pseudonimo di Giorgio Zorzi da Castelfranco (Castelfranco Veneto, 1478 – Venezia, 1510).

I suoi soggetti sono svariati, ma spesso oscuri, e il colore domina sul significato nascosto delle opere fantastiche. Figure e paesaggi sono armoniosamente amalgamati, all’interno di una realtà dalle mille sfumature.

La scarsità di notizie biografiche non ci permette di ricostruire con esattezza le tappe della sua vita, non sappiamo con esattezza quando, a Venezia, fu allievo di Giovanni Bellini, secondo la testimonianza del Vasari.
La sua pittura risente anche dell’influsso di grandi artisti come Antonello da Messina, Dürer, Leonardo, che, soggiornando a Venezia, vi importano linguaggi pittorici diversi.
Altre notizie pervengono a noi grazie a iscrizioni sui dipinti o a scarsi documenti contemporanei.
La data della sua morte viene indicata tra il 1510, anno in cui Taddeo Albano comunica ad Isabella d’Este che il pittore è morto di peste, e il 1511, come riporta il Vasari, che scrive ancora che morì di peste a soli a 34 anni, il che colloca la data di nascita tra il 1477 e il 1478.

Salvatore Settis nel libro “La tempesta interpretata”, prima analizza tutte le interpretazioni, poi ne deduce una considerata la più attendibile, che vede nell’uomo e nella donna Adamo ed Eva, nella cittadina sullo sfondo l’Eden perduto e nel fulmine l’angelo mandato a cacciare i due.
A Venezia la pittura si distingue dalla tradizione toscana per il mancato utilizzo del disegno Michelangelo sostenne che il Tiziano anch’egli veneto sarebbe stato un gran pittore, se solo avesse saputo disegnare.
Giorgione - Autoritratto

Questa maniera di dipingere precede tutta la pittura moderna, compresa quella degli impressionisti, non a caso innamorati di Venezia.
La maniera veneziana deriva anzitutto da ragioni geografiche: laddove le citta’ rinascimentali ed umanistiche della toscana e del resto d’Italia erano fatte di solidi geometrici, Venezia, per le sue caratteristiche, proponeva un approccio non prospettico all’osservatore: in una sola dimensione, il mare e il cielo si fondono, distinguendosi solo per passaggi tonali di colore e non per consistenza geometrica. Così, venezia sviluppa un rapporto cromatico e soprattutto luministico con la natura, vista anzitutto come orizzonte e non come successione di parallelepipedi.
Il disegno non serve a dipingere tutto questo: servono gli scarti di tono, la successione dei colori, l’intensità della luce.
Non a caso, le case di Venezia vivono di sola facciata: si affacciano sul canale come quinte teatrali piene di finestre, le bifore veneziane, che servono a far entrare più luce possibile e a renderle quasi trasparenti, esaltando la luminosità delle facciate (un esempio classico è la Ca’ doro).
La pittura di Giorgione è tra le prime grandi pitture che, al di là dei reconditi significati delle sue opere (tutte difficilmente interpretabili, come spesso accadeva nella Venezia rinascimentale), utilizza la luce e il colore nella rappresentazione di scene sacre o profane, concentrandosi sulla forza evocativa della natura.
Di fatto, egli è ancora legato alla tradizione pittorica precedente, tuttavia inizia a raccontare pennellando direttamente sulla tela e sulle tavole ed aprendo la strada al grande periodo di Tiziano e Tintoretto. Che il significato sia nascosto, lo si deve alle abitudini degli aristocratici veneziani, committenti delle opere, che chiedevano spesso ai pittori di realizzare opere delle quali solo loro ne conoscevano il significato (abitudine ad esempio della famosa famiglia Vendramin).