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Un gemellaggio con un popolo che aspetta il Risorgimento

Sono anni che sono una presenza fissa nel web e, che, “lavoro” affinche’ vengano messe in evidenza la cose positive della mia regione quella in in cui sono nata e vivo: La Campania, che[...]

Mario Martone

Sono anni che sono una presenza fissa nel web e, che, “lavoro” affinche’ vengano messe in evidenza la cose positive della mia regione quella in in cui sono nata e vivo: La Campania, che ovviamente, e’ sempre al centro dei Media per infelici eventi legati a fenomeni, quali la camorra, la delinquenza e per ultimo la spazzatura, ma è anche vero che vivendo in costiera sorrentina siamo pur sempre una provincia di Napoli, ed è una motivazione in più per me, far conoscere quanto di positivo nel nostro piccolo cerchiamo anche noi di realizzare qui

Non vedo l’ora di vedere il film di Martone!

Chi l’ha visto, dice che sia bellissimo, un toccante omaggio ad un popolo che diventa consapevole della propria Patria attraverso l’invasione, la colonizzazione, l’esilio e la resistenza, e lotta nelle privazioni per i propri ideali…

Mario Martone è un Napoletano, viene definito “un intellettuale”, non sempre con ammirazione, ma con questo ultimo lavoro ha dimostrato di avere nel proprio DNA (non solo artistico) la più genuina, e la più minacciata delle qualità dei Napoletani: la capacità universale di sentire come propri i dolori e le ingiustizie patite da un qualunque popolo della Terra, perché noi Napoletani quei torti li abbiamo subiti tutti, e riconoscere un’ingiustizia ci fa ancora soffrire.
Sappiamo riconoscere il furto di un intero paese, che dopo un invasione è stato trattato come una colonia da chi lo ha definito “il Sud” della propria nazione
Oggi, davanti ad un’invasione, alla terra bruciata, ai massacri sistematici, al saccheggio delle risorse materiali, alla repressione violenta, all’attacco all’identità di un intero popolo, e alla violazione dei più elementari diritti umani, la solidarietà dovrebbe essere unanime.

Dovrebbe, perché alcuni, e manco a dirlo si tratta di amministratori e politici, non esitano a schierarsi dalla parte degli invasori, degli oppressori, degli occupanti e dei torturatori, per misteriose ragioni opportunistiche.

Naturalmente, oggi ci sono le Nazioni Unite, l’America e la NATO sono i poliziotti del mondo, l’Unione Europea ha fatto del rispetto dei diritti umani un caposaldo della propria politica estera, e l’Italia manda i propri militari in giro per il mondo, spesso a sacrificare la vita, in missioni di pace per garantire la legalità internazionale.

Ma è a questo punto, su queste certezze, che il film di Mario Martone solleva il tappeto dell’ipocrisia.

Ah, dimenticavo: non stavo parlando del suo ultimo film in uscita, “Noi credevamo”, sul Risorgimento italiano e la conquista del Regno delle Due Sicilie e presentato in occasione della 67° Mostra del Cinema di Venezia.

Il film di cui parlo è “Una storia sahrawi” del 1996.
Sahrawi viene da Sahara, e significa “gente del deserto”.

La prima volta che ho sentito parlare dei Sahrawi , fu quando cercavo informazioni sulla celiachia, curo da piu’ di dieci anni una rubrica dedicata alla Gastronomia e mi sembrava interessante affrontare questa tematica, gli amici dell’Associazione celiaci mi spiegarono che un intero popolo, nel Sahara Occidentale, soffre di celiachia, e si pensa che sia dovuto ad un gene arcaico, sopravvissuto in una popolazione isolata dai tempi in cui l’umanità non coltivava il frumento, altri invece pensano che la colpa sia della dieta poco varia a cui sono costretti dalla loro condizione.
Così, ho scoperto che le popolazioni sahrawi vivono in campi profughi, e l’invio di aiuti umanitari è reso ancor più difficile dalla necessità di reperire alimenti per celiaci, che non facciano star male i bambini. E vivono in campi profughi perché il loro Paese, il Sahara Occidentale, che è il nome di una Nazione, e non di un pezzo di deserto, è stato invaso dal Marocco, che dichiarava di voler “unificare” il Sud con i suoi vicini settentrionali


Naturalmente, nessun paese al mondo ha ratificato il “furto” da parte del Marocco, e i Sahrawi, che avevano precedentemente combattuto contro Spagna e Francia ai tempi del Colonialismo, si ribellarono, e liberarono quasi un quarto del Paese. LONU, dopo anni di tentativi, riuscì ad imporre un cessate il fuoco, dopo che il Marocco aveva costruito un muro di 2600 kilometri per tenere fuori dal loro Paese i Sahrawi.
La risoluzione del Consiglio di Sicurezza 690/1991 stabilì che la sorte del Sahara Occidentale dovesse essere decisa da un referendum, ed inviò una missione militare ONU, chiamata MINURSO, a cui partecipa anche l’Italia, per farlo mettere in pratica.
Contrariamente il Marocco ha bloccato il referendum, ed ha inviato decine di migliaia di coloni a risiedere in quelle che definisce “province meridionali”, oltre ad impedire il ritorno degli oltre duecentomila profughi sahrawi.
Dal 2005, la popolazione sahrawi manifesta pacificamente la propria delusione, e dal quell’anno le manifestazioni vengono sanguinosamente represse.
Sparizioni, torture, detenzioni arbitrarie e tutto il campionario di orrori a cui il XX secolo ci ha ormai abituato, sono cronaca quotidiana per i Sahrawi.
La solidarietà dei governi occidentali è ipocrita: le risoluzioni di condanna non impediscono la ratifica di trattati con il Marocco per sfruttare le risorse ittiche, minerarie e naturali del territorio occupato.
Ma la solidarietà della gente è concreta: intellettuali, artisti, ong e gente comune aiutano materialmente e moralmente i Sahrawi a sopravvivere e a conservare la loro cultura. In particolare, centinaia di Comuni italiani si sono gemellati con i campi profughi sahrawi ai confini tra Algeria e Sahara Occidentale, dando vita ad una serie di scambi culturali e opportunità di studio e lavoro.
Ma uno, uno solo dei Comuni italiani, agisce diversamente.
Incredibilmente, nonostante il Sahara Occidentale non sia parte del Marocco, ma sia stato dichiarato dall’Onu “territorio non autogovernato”, da decolonizzare attraverso un referendum di autodeterminazione (come avvenuto da pochi anni a Timor Est), il Comune di Sorrento si è gemellato con l’amministrazione marocchina della città di El Aayùn, la capitale occupata del Sahara Occidentale.
Alle osservazioni indignate di ONG e privati cittadini, viene risposto sostenendo fumose ragioni di dialogo e solidarietà (ma con chi?), e avallando le tesi del Marocco sull’annessione delle “province meridionali del reame” in contrasto con quanto decretato dall’ONU, dalla Corte Internazionale dell’Aia, dall’Unione Europea e dalla stessa politica estera della Repubblica Italiana, di cui Sorrento, l’ultima volta che ne ho sentito parlare, faceva ancora parte.
Gli amministratori di Sorrento non sembrano rendersi conto che un gemellaggio che preveda “la formazione turistica di giovani del posto” possa essere uno strumento per sfruttare le risorse di un paese occupato con la violenza, o per favorire i coloni marocchini a scapito della popolazione sahrawi, e stranamente neanche sembra importante che il sostegno ad un’occupazione militare illegale, e alla clamorosa violazione dei diritti umani, possa alienare l’attaccamento di tanti turisti alla Penisola Sorrentina, specialmente quelli provenienti da paesi particolarmente sensibili a questi temi, come l’Inghilterra o la Scandinavia. E quasi per celebrare il “riconoscimento” dell’occupazione, il giorno dopo la ratifica del gemellaggio, le forze di sicurezza marocchine hanno ucciso un ragazzino sahrawi di 14 anni.

Ventimila abitanti della città gemellata con Sorrento si erano accampati in tende nel deserto, come protesta pacifica per chiedere lavoro e salari migliori: i Sahrawi sono puntualmente discriminati rispetto ai coloni marocchini.
Ma le forze d’occupazione hanno prima bloccato il campo, sparando ad un posto di blocco e uccidendo il piccolo sahrawi, e poi hanno scatenato la repressione violenta e distrutto l’accampamento, con morti, feriti e soprattutto centinaia di scomparsi nelle carceri segrete di El Aayùn.
I Sorrentini hanno mille difetti, ma sicuramente sono persone di pace, e, se proprio devono rendersi partecipi alle tragedie di un paese in guerra, è sicuramente per aiutare chi soffre, e, non per legittimare invasioni e repressioni.
E tramite la Onlus “Il Colibrì”, avranno l’opportunità di iniziare a raccogliere aiuti da inviare nei campi profughi sahrawi, uno dei quali è chiamato proprio “El Aayun”, come la città occupata gemellata con Sorrento, per dimostrare che, qualunque errore commettano i politici, la gente comune riconosce le sofferenze e le ingiustizie, e fa quello che può per alleviarle.
Martedì 30 novembre, alle ore 21, al Marianiello Jazz Caffè, a Piano di Sorrento, “Il Colibrì” comincerà a raccogliere aiuti per i Sahrawi (le offerte sono deducibili ai sensi DL 35/2005 e il c/corrente postale è : 47750302 intestato ad Associazione Onlus Il Colibrì a informare sul Sahara Occidentale proiettando il film di Mario Martone “Una storia sahrawi”.

Non vedo l’ora di vederlo!

Specchio nel Deserto
Gemelliamo la gente di Sorrento con il popolo Sahrawi
Marianiello Jazz Caffè Piano di Sorrento
“Il Colibri”
Guida Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana di Supereva

“Una Storia Saharawi” di Mario Martone
Serata di Informazione e Solidarietà con il Popolo Sahrawi
“Ascoltare Sahrawi” “Dal Silenzio”
Martedì 30 Novembre ore 21
Piazza Cota, Piano di Sorrento (NA)

Foto per Gentile concessione di Piero Castellano - Digisea
Sharawi a Napoli

Una serata per i Sahrawi al Teatro Galleria Toledo di Napoli, nel 2006: con Mario Martone, e la compianta Fabrizia Ramondino, Suad Lagdaf e Abdeslam Omar Lehsen, responsabile dell’Associazione dei Familiari dei Prigionieri e dei Desaparecidos Sahrawi.

Abdeslam Omar Lehsen e Fabrizia Ramondino

Abdeslam Omar Lehsen e Fabrizia RamondinoFabrizia RamondinoMario Martone ad Mario MartoneSuad LagdafSuad Lagdaf e Abdeslam Omar Lehsen

Commenti dei lettori

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  • EDOARDO

    26 Nov 2010 - 21:40 - #1
    0 punti
    Up Down

    bellissimo e corrispondente alla realtà dei fatti