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Rivoluzione e trasformazione

Le lavorazioni della Manifattura di Doccia nel corso del tempo hanno seguito abbastanza fedelmente il cammino dell'arte contemporanea e i mutamenti sociali che l'hanno accompagnata ed influenzata

Fu infatti un evento più storico che artistico a condizionare i successivi sviluppi della produzione toscana nella seconda metà dell’800: giunsero anche a qui gli influssi della Rivoluzione Industriale che comportarono un ampliamento dei locali della fabbrica, l’assunzione di altra manodopera e l’istituzione della Scuola di Disegno Industriale, un centro di formazione professionale tuttora molto qualificato.

Come conseguenza, accanto alla produzione prettamente artistica si affiancò quella di stoviglie e vasellame di uso comune e fu inaugurata anche una linea di articoli tecnici, quali gli isolatori ceramici impiegati per i tralicci telegrafici ed elettrici.

Nel 1896 la svolta: la vecchia manifattura Ginori venne acquistata dall’industriale milanese Augusto Richard che diede un ulteriore impulso alla trasformazione già in atto portando la fabbrica, nel volgere di qualche decennio, ad occupare un posto di spicco nell’universo ceramico italiano.

Il resto è storia relativamente recente: dopo il successo ottenuto all’Esposizione Universale di Torino del 1902 con la raffinata produzione in stile Liberty, la Richard-Ginori continuò a progredire, forse anche perchè seppe sfruttare al meglio la collaborazione di illustri esponenti del design italiano, primo fra i quali va citato il geniale ed innovativo estro dell’architetto milanese Gio Ponti, che diresse la manifattura dal 1923 al 1930, per poi passare il testimone ad un suo allievo, Giovanni Gariboldi, che fu a capo della progettazione artistica della ditta fino agli anni ‘70.

Purtroppo non tutte le avventure che iniziano bene proseguono altrettanto bene: dopo la cessione di quote aziendali nel 1970 e il definitivo cambio di proprietà nel 1998, la Richard-Ginori sta attraversando oggi un periodo di forte c r i s i che speriamo possa risolversi rapidamente sia per il bene di uno dei marchi più prestigiosi della ceramica italiana, che per la sopravvivenza di un territorio, quello attorno a Sesto Fiorentino, che all’ombra della manifattura vive e lavora.

Ai dipendenti e alle loro famiglie, che vedono il futuro farsi sempre più incerto, mi sento vicina e umanamente partecipe con la mia purtroppo vana solidarietà.

 

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