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La cachaça, la pinga, l’aguardente, la caninha...

Questi sono alcuni delle decine di nomi con i quali è conosciuto il distillato brasiliano, ormai diffuso in tutto il mondo, grazie alla “caipirinha”.

Le prime notizie sulla fermentazione risalgano all’Antico Egitto: gli egiziani inalavano dei vapori di liquidi fermentati con lo scopo di curare le malattie. Sono stati, però, i greci ad arrivare per primi al processo per ottenere la “acqua ardens”, l’acqua che prendeva fuoco, l’acqua ardente.

La novità è arrivata in Europa e nel Medio Oriente. Furono gli arabi a scoprire il processo di distillazione che assomiglia a quello attuale. La tecnologia si è diffusa nel mondo, però ogni paese ha utilizzato una materia prima diversa: in Italia, l’uva per fare la grappa; in Germania la ciliegia, per il kirsch; in Scozia l’orzo, per l’whisky, in Russia, la segale per la vodka, in Giappone e Cina il riso per il sakè, nel Portogallo, l’uva, per la bagaceira.

L’acqua ardente brasiliana, la cachaça, è ottenuta a partire della canna da zucchero – tramite la distillazione della “garapa” – il succo della canna da zucchero – ottenendosi qualità diverse d’alcol, tra i quali l’etilico, che è la cachaça. La gradazione alcolica della cachaça deve essere tra 38 e 54 gradi.

Quando i portoghesi si sono stabiliti in Brasile e portarono la canna da zucchero – verso 1530 – avevano già l’abitudine di bere la “bagaceira”.

I governanti portoghesi hanno provato, più di una volta, a vietare la nuova bevanda, senza ottenere successo. La motivazione del divieto era, ovviamente, la concorrenza con la “bagaceira”. Nel 1756, con il fallimento della politica restrittiva, il re del Portogallo ha deciso di creare una tassa per il prodotto. La bibita era già molto apprezzata, utilizzata anche per proteggersi contro il freddo, specie dove erano basse le temperature, come nella “Serra do Espinhaço” a Minas Gerais, luogo dove si stabilirono molte persone che avevano come obbiettivo cercare l’oro. La cachaça brasiliana fu, a quel tempo, uno dei prodotti brasiliani che più contribuì alle imposte. I soldi di questa tassa furono utilizzati per ricostruire Lisbona, parzialmente distrutta da un terremoto nel 1755.

La cachaça, in questo modo, si è trasformata in un simbolo di resistenza alla dominazione portoghese. Ai primi tempi era consumata dagli schiavi, ma pian piano arrivò al tavolo dei nobili.

Stimasi che attualmente ci sono in Brasile più di 5.000 marche di cachaça e 30.000 produttori in tutto il paese. La cachaça occupa il primo posto tra le bibite distillate consumate in Brasile e la terza nel mondo.

Ed ecco la ricetta della caipirinha

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