Vorrei intervenire per ricordare, a chi lo avesse dimenticato o, più probabilmente, non lo avesse mai capito, che la lezione SACCHIANA non era certo finalizzata a creare un tipo di gioco che rendesse invincibile una squadra e superflua la caratura individuale dei giocatori; questo sarebbe assurdo e probabilmente impossibile.
Il modo di Sacchi di affrontare l’evento sportivo si distinse invece per la sua straordinaria eticità, per la ricerca continua, ossessiva ma entusiasmante, di prevalere sull’avversario in modo corretto, leale, grazie al “bel gioco”, frutto di fatica, abnegazione, altruismo, facendo a meno di quella che è una tipica caratteristica italiana: il sistematico ricorso alla furbizia.
Brera ritenne che questa fosse una necessità dovuta ad una nostra caratteristica etnica, legata cioè alla congenita debolezza della nostra stirpe, che aveva dovuto acuire l’astuzia per sopperire alle sue evidenti carenze fisiche. Egli sostenne che forse il gioco all’italiana poteva anche apparire brutto ma, non di meno, lo ritenne l’unico che poteva rendere vincente la nostra debole schiatta.
Sacchi ha avuto, per alcuni, il “torto” di cercare di restituire un po’ di dignità al nostro povero e geniale popolo, che da sempre si riconosce e si sente gratificato specchiandosi nell’immagine, che io ritengo umiliante, della propria debolezza riscattata attraverso l’astuzia.
Questo rivoluzionario allenatore ma, prima ancora, questo uomo, ha creduto, forse anche con un pizzico di fanatismo, nella nostra possibilità di vincere sostituendo alla furbizia l’intelligenza, il lavoro, l’umiltà, la capacità di cooperare, lo spirito di sacrificio, restituendo allo sport la sua missione educativa e aiutando i giovani a crescere non accecati dall’unico valore-disvalore della vittoria ad ogni costo.
Ha cercato ed ottenuto di uscire dalla logica aberrante di un’etica dei fini che giustificava e giustifica sempre e comunque i mezzi utilizzati per ottenerli.
Ma bruciato ed esorcizzato questo eretico siamo tornati all’antico.
Ma come è possibile non vedere la pericolosità e l’esportabilità in altri campi di un tale messaggio dove qualunque mezzo diviene lecito a condizione che si raggiunga il successo o il guadagno? Come non vedere che lo sport da palestra dell’anima e del corpo, diviene l’agone di un corpo senza anima? Come meravigliarsi dell’involuzione narcisistica di tanti nostri giovani campioni incapaci persino di identificarsi nel valore collettivo della patria e di cantare l’inno nazionale? Comunque sia vogliamo ringraziare di cuore il signor Sacchi per averci almeno provato!
Psicologia
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Sacchi
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