Omicidi e follia 2

Sulla formazione della nostra personalità.

Continua da 1° Parte

Quali sono dunque gli eventi che ci costituiscono come soggetti umani e che contribuiscono a plasmare la nostra sensibilità profonda?

Vorrei, a questo proposito, raccontare un piccolo aneddoto della mia vita.

Non ricordo molto bene per quale motivo, da piccolo, provavo una sorta di avversione e di ostilità verso un certo bambino.

Ricordo ancora invece molto bene le dolci parole di mia madre che con un semplice “poverino ma non vedi che…” aprì le porte del mio cuore, mosse in me sentimenti positivi e addirittura di partecipazione per l’altro che, da solo, assai difficilmente sarei stato in grado di provare.

Racconto questo per evidenziare come nasca proprio sulla base delle prime relazioni affettive la nostra capacità di percepire l’altro, di sentirne le ragioni profonde, di parteciparne il dolore e la gioia. La potremmo chiamare educazione dei sentimenti.

Quello a cui assistiamo, oggi, è un clamoroso vuoto di comunicazione, particolarmente grave e pericoloso nelle relazioni primarie destinate a formare la personalità dell’individuo.

Una educazione sempre più impersonale, affidata sovente alla televisione, rapporti frettolosi all’interno delle mura domestiche, valori centrati solo sulla competizione con il collega di lavoro o con il compagno di banco, e, parallelamente, rari esempi di solidarietà, rarissimi sforzi per capire l’altro e la sua diversità, unicità, sono tutti elementi favorenti una psiche immatura, fredda ed impersonale. Spesso la stessa malattia e vecchiaia vengono vissute e fatte vivere come fardelli insopportabili, quasi delle colpe che ostacolano la vita dei giovani e sani.

Il rischio è quello che non si guardi più un film immaginandolo e sentendolo vita, ma al contrario che si osservi la vita come fosse un film; e molti degli sconvolgenti eventi di questi giorni sembrano confermare questo assurdo emotivo ed esistenziale.

In molti rapporti, e purtroppo anche in quelli genitori-figli, le cose, gli oggetti ed il loro possesso finiscono per avere un ruolo surrogatorio rispetto ad una carenza relazionale oscuramente sentita ma non affrontata e risolta. Insomma risulta più facile comprare e aspettarsi da ciò gratitudine e felicità, piuttosto che rapportarsi realmente, fornendo quegli insostituibili strumenti alla sensibilità nostra e altrui che soli possono renderci, a pieno titolo, umani.

E così l’insana, cieca, stupida abitudine di fornire l’oggetto, la cosa prima ancora che venga desiderata, che venga sognata, che venga in qualche modo conquistata, senza nemmeno far sorgere quella dimensione desiderante di attesa, di aspettativa, ammala fin dall’inizio la nostra anima, la rende anemica, fragile, incapace di attendere, di provare piacere nel conquistare, magari anche lentamente, le cose e la precipita nel baratro del “tutto è dovuto” ma anche del “tutto è scontato” che allontana inesorabilmente dalla realtà e dalla ragione.

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