Sembra difficile trovare persino le parole per tornare a parlare di guerra, di guerra imminente, di guerra alle porte, ma siamo nella necessità di farlo e dobbiamo cercare di ricorrere alla ragione per rifletterci in maniera proficua.
Vorrei partire da ciò, dal quel poco, che i contrapposti schieramenti politici italiani condividono.
Per tutti Saddam è non solo un tiranno, feroce oltre ogni immaginazione, ma anche una personalità alterata con tratti chiaramente paranoici. Dunque un tiranno oppressivo e feroce in maniera inimmaginabile anche con il proprio popolo e ancor più con gli altri popoli che vivono all’interno dei confini dell’Iraq.
Ma, detto questo, possiamo ritenere che ciò costituisca un motivo sufficiente per la guerra? Beh, quando queste cose accadono vicino a noi, in Europa tanto per intenderci, la risposta è sì, (vedi Kossovo) ma il larvato razzismo di tutti noi occidentali ci fa ritenere che questo non sia un motivo sufficiente per fare guerra in un paese del terzo mondo al fine di liberarne i popoli martirizzati (quando tra l’altro le stragi di Curdi e Sciiti, condotte anche con armi di distruzione di massa, non sono state per niente meno efferate di quelle perpetrate da Milosevich ai danni degli Albanesi).
Tuttavia dobbiamo riconoscere che, indubbiamente, fare guerra a tutti i regimi tirannici e sanguinari della terra non sarebbe né possibile né, credo, auspicabile.
Si potrebbe allora valutare una diversa possibile motivazione della guerra: Saddam si è mostrato pericoloso e bellicoso con tutti i vicini dell’Iraq.
E’ vero ma la minaccia espansionistica è stata sventata e ridimensionata ai tempi della prima guerra del Golfo e adesso, francamente, il pericolo di una ripresa della politica espansionistica da parte di questo paese, sembra assai improbabile, se non addirittura impossibile.
Credo che se non facciamo anche uno sforzo di comprensione psicologica, non usciremo da questa spirale di argomentazioni e di controargometazioni.
Gli USA, di gran lunga la più grande potenza economica e militare del mondo, sono stati violentemente colpiti, a tradimento, dall’attentato dell’undici settembre. La storia ci dice che il gigante americano, quando viene colpito, trova dentro di sé la forza di reagire e, solitamente, di stroncare l’aggressore.
Per gli USA era ed è evidente che il possesso, da parte di un paranoico loro nemico, di armi di distruzioni di massa (dobbiamo ricordare che gli ispettori dell’ONU non dovevano dimostrarne l’arcinoto possesso ma, al contrario, tramite gli ispettori, era Saddam che doveva dimostrarne l’avvenuta distruzione!) costituiva un pericolo non accettabile.
Il pericolo consisteva e consiste nel possibile e direi probabile saldarsi, per gli interessi antiamericani convergenti, tra terrorismo di Al Qaeda e desiderio di vendetta di Saddam. Ciò avrebbe potuto portare ad una possibile fornitura, ai “martiri” dell’estremismo islamico, di queste terribili armi. Vorrei ricordare che tre grammi di antrace sono in grado di uccidere fino a mille persone e Saddam fino a prova contraria ne possiede ancora quantità rilevanti.
La politica, ovviamente, ha anche lo scopo di prevenire con tutti i mezzi gli eventi terroristici e non solo di perseguirne i colpevoli dopo che hanno compiuto una strage. Poteva, dopo l’undici settembre, il Presidente degli USA ignorare questo pericolo? Io credo proprio di no.
Certo che Bush, sotto il profilo della conquista del consenso, è sembrato politicamente ingenuo, addirittura sprovveduto. E’ stato eccessivamente arrogante e ha capito solo troppo tardi l’importanza fondamentale di coinvolgere gli alleati e le loro opinioni pubbliche tramite una campagna informativa adeguata ed efficace, che fosse in grado di spiegare al mondo la necessità di riuscire a neutralizzare questo grande pericolo.
Non è stato capace, pur avendo buone motivazioni, di coagulare attorno a sé un sufficiente consenso internazionale che, se ottenuto, avrebbe forse potuto raggiungere lo scopo di disarmare e magari allontanare il dittatore senza l’uso della forza.
Ma una responsabilità gravissima per il mancato ottenimento di un fronte unico internazionale che potesse, con minacce credibili, condizionare Saddam, grava certamente su Francia e Germania che, isolando gli Stati Uniti in un momento difficile della loro storia, con uno sterile e velleitario braccio di ferro, non hanno stimolato assolutamente le forze migliori e più democratiche di quel paese. Anzi, si può dire che abbiano finito per fare il gioco dei falchi dell’amministrazione Bush, spingendoli ad essere quasi indipendenti da ogni forma di controllo internazionale (quale ad esempio sarebbe potuto essere un ultimatum dell’ONU ed eventualmente un mandato ad intervenire con una serie di condizioni e di garanzie sul dopo Saddam). Inoltre hanno ipocritamente trascurato che quei timidi passi e quelle piccole aperture mostrate dal regime, come riaccettare gli ispettori dopo averli cacciati, sono giunti solo a seguito del minaccioso dispiegarsi delle truppe americane ai confini del paese. Sovente i dittatori non intendono altro linguaggio che quello della forza. Minacciare il regime in maniera unitaria e credibile, con un ultimatum fermo e chiaro da parte dell’ONU, era forse l’unica possibile alternativa alla guerra.
Ma ormai il disastro della diplomazia è fatto e dunque oggi non possiamo che essere vicini e grati ai ragazzi anglo-americani che, comunque, ancora una volta, rischiano la vita per regalare al loro popolo, a quello iracheno e a tutta la collettività internazionale un mondo un po’ più libero e forse un po’ più sicuro.

Dr. Massimo Fochi 3384194605









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