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I media: un genocidio delle intelligenze e dei cuori

Con una profonda condivisione delle preoccupazioni espresse, pubblico l'articolo che la professoressa Maraviglia ha avuto la cortesia di inviarmi.

Una professione come quella che esercito di insegnante, offre un punto di osservazione privilegiato sugli effetti che il sistema dell’informazione concorre a creare nella società italiana, particolarmente nella vasta platea di studenti quotidianamente incrociata nelle aule scolastiche.

Una delle convinzioni che circolano tra gli insegnanti è che la scuola non può fare di più, cioè non può svolgere il proprio lavoro, nel contesto culturale attualmente dominante, in una società che ‘rema contro’ tutto ciò che una istituzione educativa propone: impegno e fatica del vivere, ragionevolezza e pacatezza del proprio argomentare, rispetto di sé e degli altri, corresponsabilità verso i popoli e il pianeta, speranza di costruire e costruirsi come persone e comunità accoglienti e solidali.

Il disagio è particolarmente avvertito nelle scuole, come quelle a indirizzo professionale, dove più fragile è il contesto sociale di provenienza e l’ambiente risulta più condizionabile e permeabile ai (dis)valori apparentemente vincenti.

Se l’ottanta per cento dei miei studenti sogna di fare il calciatore, se gran parte delle mie studentesse rimpiange di non avere il fisico per fare la velina, se lo straniero è “quello che ruba, stupra e che ti porta via il lavoro”, se il massimo di interesse politico a cui un alunno è disposto è il “vaffa” di Beppe Grillo, il mondo dei media si può assolvere?

Ovviamente l’imputato numero uno è la televisione, ma non è sotto gli occhi di tutti che gran parte dell’informazione, anche su carta stampata, lavora a incendiare la realtà, a enfatizzare lo scandalo, a urlare la notizia, meglio se di cronaca nera, a offrire gossip e calcio come piatti prelibati?

Non diversamente viene veicolata l’informazione religiosa. Una enfasi continua su fatti che ‘rompono’ equilibri, che creano dissapori o contestazioni: il Papa sempre, ma meglio se agita le acque, molto meno se parla del creato e di comportamenti etici ampiamente e globalmente condivisi; i suoi contestatori solo se sono sbracati e pittoreschi, quasi mai se si tratta di voci criticamente costruttive.

La tradizionale amara sapienza del “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” assurta a indiscutibile mainstream.

La lettura del giornale a scuola, da me implacabilmente imposta agli alunni da buona discepola di Lorenzo Milani, richiede un intervento di autorità per non cedere al calcio o alla notizia più truculenta o più scema che subito attrae la platea studentesca.

Eppure, quando con fatica si riesce a imporre un caso positivo, un frammento ‘umanizzante’, un impulso al pensiero, lo sguardo grato di alcuni, lo stupore evidente di altri spingono sempre a pensare “ne vale la pena”.

Ma insieme a quella consolazione resta la consapevolezza della scelta che verrebbe operata in mancanza di una guida autorevole e determinata.

E l’amaro sospetto che della deriva etica e antropologica che abbiamo sotto gli occhi, del genocidio delle intelligenze e dei cuori a cui quotidianamente assistiamo, la stampa, e più in generale i mass media, non possono certo dichiararsi innocenti.

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