Perchè Psicoterapia Ericksoniana

ristabilire un contatto con i luoghi ancestrali in cui nascono le emozioni, partendo dal presupposto che in noi stessi possiamo trovare la cura

Nomi illustri nella storia della psicoterapia, come Bandler e Grindell, Rosen, Haley, Rossi, Watzlawick, Zeig hanno raccolto gli scritti e gli interventi di Milton H. Erickson codificandoli, commentandoli e, andando oltre,

innovando la storia stessa della psicoterapia.

Altre informazioni le potete trovare nel libro,

da me scritto,

che tratta di un altro aspetto di M.H.Erickson: quello dell’ipnosi, “Ipnosi dilatare la mente per conoscere e trasformare la realtà” il titolo originale (più rispondente al contenuto) era Ipnosi Un viaggio nell’Anima

pubblicato dalla Giunti Gruppo Editoriale in Firenze (che ne possiede tutti i diritti editoriali)

su licenza Demetra Gennaio 2002.

Non vorrei qui dare una impostazione professionale all’argomento, anche perché non vorrei sovrappormi a quanto c’è già, che è peraltro già esaustivo e di alto livello.

Vorrei partire dall’argomento

e cercare

di andare oltre.

Forse non esiste la ricetta migliore per la ricerca del proprio benessere

e della felicità,

ma potremmo cercarla insieme e sarebbe bello trovarla

o andarci vicino

per superare quel limite.

Per psicoterapia ericksoniana intendo,

quello che intendeva Milton H. Erickson,

una semplificazione della vita,

una semplificazione

per tornare al linguaggio delle nostre emozioni

e per ristabilire un contatto con i luoghi ancestrali

in cui nascono le emozioni,

partendo dal presupposto

che in noi stessi possiamo trovare la cura.

Un modo per farlo

potrebbe essere quello di raccontare delle storie,

miti, leggende

in cui una persona si può identificare

e così le cose sono meno dirette e

e ci possono coinvolgere senza prenderci in mezzo direttamente.

Milton H.Erickson faceva così.

Erickson stimolava le persone a ricordare.

Erickson diceva “ ad una persona del tutto estranea potete chiedere di parlarvi di un qualche luogo in cui è stata prima e che voi non avete mai visto ..la portate a parlarvi di quel particolare luogo e poi potete suggerire che vede l’acqua, percepisce odori, ascolta suoni o qualsiasi cosa considerasse quando era in quel luogo”.

Il loro ricordare permette al terapeuta di inserirsi in quel ricordo,

continuarlo,

modificarlo,

aggiungendo delle varianti,

delle pennellate

che facevano diventare quel quadro

diverso da quello che era prima.

Già ricordare… il ricordare non riguarda solo chi abbiamo davanti,

ma riguarda anche noi,

anche noi possiamo attingere ai nostri ricordi,

e modificarli,

adattarli, a quello che in quel momento può servire.

Erickson raccontava spesso della sua vita,

specie negli aspetti che potevano essere, per chi lo ascoltava,

degli spunti di riflessione,

o che potevano diventare uno stimolo per modificare delle situazioni o un determinato modo di affrontare le cose.

Erickson non dava un giudizio di merito

sul fatto che fosse giusto o sbagliato affrontare le cose o se stessi

in un certo modo o nell’altro,

ma semplicemente valutava

se quel modo fosse stato o non stato utile

per quella persona.

Erickson comunque trasmetteva il concetto che se lui stesso aveva fatto

anche gli altri potevano fare.

Erickson non trasmetteva l’impossibile

ma il possibile

e l’utile

partendo dal concetto che chiunque ti ascolta

se gli trasmetti e gli comunichi quello che tu senti,

quello che tu vedi

o quello che percepisci,

o quello che tu hai visto, hai udito e percepito,

comunque ti ascolta,

perché non ti sente estraneo al suo vedere, ascoltare e percepire,

perché anche lui lo prova o lo ha provato.

Erickson veniva ascoltato anche perché delle cose di cui parlava,

parlava con un senso di comprensione e di pietas

senza mai infrangere i limiti dell’uomo che non possiede le ali per volare.

Altre volte ancora provocava,

ma non per il gusto di farlo

ma per far saltare fuori dalle persone

le potenzialità che possedevano

ma che non sapevano di possedere.

Già…il non sapere cosa possiamo o non possiamo fare..

equivale a non poter far nulla

ed a subire tutto.

Erickson raccontava anche storie,

storie utili,

storie tratte dalle sue esperienze private e di lavoro

o che raccoglieva con l’attenzione

di chi sa ascoltare

le infinite sfumature dell’essere.

Le storie spingono le persone ad ascoltare,

a rasserenare,

a dimenticare per un attimo l’angoscia del presente,

e ad identificarsi nei personaggi e nelle situazioni narrate,

che non li coinvolgono direttamente,

ma che possono fornire degli spunti per nuove riflessioni,

per affrontare le cose da altri punti di vista,

e magari per affrontare loro stessi ed il loro problema da altre angolazioni

e che possono,

non mettendoli direttamente in mezzo,

spingerli al cambiamento.

Io vorrei raccontare storie,

creandole direttamente attraverso e con chi mi ascolta,

storie che possano trasportarci in una qualche parte del mondo

od in un mondo parallelo

in cui tutto sia possibile

o in cui l’impossibile

sia o appaia un po’ più possibile.

Io spesso faccio parlare gli animali

che vedono il mondo colla loro filosofia

e forniscono differenti punti di vista a chi li sa ascoltare.

D’altra parte la nostra cognizione e convinzione,

anche alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali,

della superiorità dell’essere umano in senso intellettivo ed emozionale può suscitare dei seri dubbi,

ed allora perché non ascoltare

altri linguaggi

ed altre emozioni,

che possono,

paradossalmente,

farci ritrovare la nostra dimensione più profondamente umana ?

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

foto riprodotte a fini didattiche esplicative

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