
PECHINO
La capitale del nord e della Cina. Neppure Mao Tse-Tung conosceva, all’inizio,
la lingua di Pechino nella babele e nella diversità della Cina.
E’ una città enorme distesa in largo
e negli ultimi decenni in altezza,
in poco gradevoli costruzioni, tutte uguali nei nuovi quartieri,
in cui non trovi il tuo punto di riferimento per orientarti.
Le tabelle delle vie,
fino a pochi anni orsono solo in ideogrammi cinesi,
ti facevano perdere nei suoi meandri.
Larghi viali,
che tagliano come una torta la città,
e su quei viali,
fino a pochi anni orsono
una nuvola di biciclette,
simili a cavallette che arrivavano da ogni parte,
e camion
e su quei camion:
la gente che li usava come mezzo di trasporto,
e le auto dei funzionari o dei militari o dei gruppi dei contadini.
Ora tutto sta cambiando:
i nuovi ricchi,
i nuovi lussi,
i ristoranti, le insegne.
Il Tai-chi eseguito al ritmo di musiche non più solo cinesi.
Pechino era una città che si addormentava presto alla sera,
che seguiva il ritmo del giorno e della notte
e la naturalità della vita.
Un tempo i cinema chiudevano alle 20,30 e la città si spegneva nel sonno.
Nei viali si accedevano delle luci, ogni tanto,
le stesse biciclette ridotte all’essenziale,
non avevano la dinamo per la luce della notte,
perché tanto non serviva.
Piazza Tien Ha- Men si spegneva anch’essa
e sembrava di essere in una landa deserta ai confini del mondo.
Strani riti all’epoca di Mao Tse-tung,
le biciclette che partivano appena scattava il rosso ai semafori,
perché il rosso rappresentava il futuro
e la via da seguire..
Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

gilberto gamberini








