
L’ultimo muro
di Heiko H. Caimi
Doveva farcela. Il suo doveva essere il salto più alto del mondo. Non semplicemente un record da olimpiadi, no: un’impresa da guinnes dei primati.
Si mise in trazione sulle caviglie. I muscoli delle gambe gli vibravano per la tensione. Guardò avanti e calcolò con precisione la traiettoria. L’allenamento è precisione. L’allenamento è superamento di se stessi. L’allenamento è superamento di tutti gli altri che si stanno allenando. E’ preparazione per la vittoria, proiezione verso il futuro, smania di gloria.
Solo poche falcate lo separavano dall’abisso. O gloria, o morte. Era pronto. Si, era pronto. Tese al massimo i muscoli. Tre due uno via!
Partì come un poiettile solcando la dura superficie del tetto a lunghi passi saettanti. Con falcate potenti e decise raggiunse l’estremità, oltre la quale si spalancava il vuoto. Rimbalzò sui suoi piedi poderosi senza bisogno di aste. Sotto di lui, otto piani fino alla strada. Davanti a lui, un tetto molto più alto: dieci piani. Il massimo della sfida: un risultato mai raggiunto, un primato.
Sospeso nel vuoto, spinto solo dalla forza muscolare, volava in salita verso il tetto della casa di fronte. Ce la poteva fare. Poteva atterrare tranquillamente. Se lo sentiva. Era fatta. Era lui il migliore del mondo. Il migliore.
Davanti a lui, il muro della casa di fronte. Pochi istanti ancora. Pochi istanti e l’avrebbe superato, atterrando sull’orlo del tetto. Il suo ultimo muro, quello più alto. Un mito, un atleta ineguagliabile.
Un piccione. Un piccione sull’orlo del tetto. Ce l’avrebbe fatta. Ma fu istintivo, fu più forte di lui. Si trattenne. Compresse tutti i muscoli per non atterrare sul piccione. Una reazione dell’amigdala, senza controllo.
Compresse tutti i muscoli e cominciò la discesa. Toccò il muro, quell’ultimo muro, con le punte dei piedi. Ma non riuscì a fare presa. Scese roteando gambe e braccia in una bizzarra imitazione del volo. Vide il marciapiede avvicinarsi. Nessun passante, nessuna auto parcheggiata: soltanto il marciapiede. E un curioso pensiero: il palazzo di fronte era a venti metri da quello sul quale aveva spiccato il salto. Avrebbe potuto superare quasliasi record di salto in lungo. Limite massimo. Vittoria assicurata.
Invece, solo l’esperienza del volo. E senza spettatori.
FINE
Copyright 2004 Heiko H. Caimi/Magnolia Italia

gilberto gamberini









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