
Il The NEW ENGLAND JOURNAL of MEDICINE
ha pubblicato il 1 luglio 2004
una ricerca che esamina
le conseguenze sulla salute mentale (Mental Health Problems)
dei soldati che hanno partecipato alle operazioni militari
in Afganistan (Operation Enduring Freedom)
ed in Iraq. (Operation Iraq Freedom)
Anche se le cifre e le percentuali,
non daranno mai la giusta
e completa dimensione,
della orribile tragedia
che si chiama guerra.
Sono stati soggetto della ricerca: 2530 soldati di fanteria
- della 82esima aereo-trasportata
che hanno combattuto in Afganistan,
- della III divisione
che hanno combattuto in Iraq
L’indagine è stata fatta con un questionario anonimo
1 settimana prima della loro partenza per la guerra
e 3-4 mesi dopo il loro ritorno in patria,
3671 casi in totale.
La discrepanza dai dati di partenza e di quelli al ritorno dipende dall’inclusione di 1 unità del corpo dei Marines
che hanno combattuto in Iraq,
che non hanno eseguito i test prima della partenza
Le truppe sono state sul fronte di guerra per 6-8 mesi.
Sono state valutate nella ricerca,
-la Depressione grave post traumatica,
-Sindrome Ansiosa Generalizzata (incluse le psicosomatizzazioni per es Vomito ecc)
-la Sindrome da Stress Post Traumatico PTSD (Post Traumatic Stress Desorder)
che comprende
disturbi depressivi, ansietà, ossessioni, tendenza al suicidio, aumento della aggressività, abuso di alcool e di farmaci.
I reduci dall’Iraq
hanno presentato Disordini e Problemi Mentali inerenti
nel 17-19,9 % dei casi esaminati
I reduci dall’Afganistan “solo”nel 11 %.
I disturbi mentali riscontrati prima della loro partenza per la guerra erano del 9 %
I disturbi mentali
che hanno subito un maggiore incremento
tra prima della guerra e il ritorno in patria
hanno riguardato prevalentemente
la Sindrome da Stress Post Traumatico da combattimento PTSD
La novità dello studio,
rispetto a precedenti ricerche:
dopo la guerra del Vietnam
e dopo la Prima Guerra del Golfo
gli studi sono stati fatti a notevole distanza di tempo dai fatti accaduti
e/o quando erano i militari stessi a richiedere
un trattamento medico o psicologico
per un problema da loro stessi riscontrato.
In questa ricerca, invece,
le osservazioni sono state fatte
in un periodo variabile dai 3 ai 4 mesi dopo gli eventi di guerra.
E prima degli eventi stessi,
sullo stesso campione di militari.
Altra differenza:
parliamo di volontari e di soldati di professione e non di leva obbligatoria,
come è accaduto per la guerra del Vietnam.
Lo stato depressivo conclamato e la sindrome ansiosa sono state misurate e valutate col questionario elaborato da Spitzer.
La PTSD è stato valutato dal centro nazionale per lo studio della PTSD del Dipartimento dei Veterani di guerra.
Sono state anche valutati dei parametri quali: problemi personali, problemi familiari, abuso di alcool che potessero avere cause non correlate alla guerra.
Il 66% dei soldati impiegati ha una età compresa tra i 18-24 anni,
20% tra i 25-29 anni
13% tra i 30-39 anni
Il 99% sono maschi
Il 70% di razza bianca
8 % neri
13% ispanici
9 % altre razze
Titolo di studio medio basso o di scuole superiori 78%
College nei suoi vari ordini 22%
Stato civile: leggera prevalenza dei celibi sugli ammogliati.
L’IMPORTANZA delle ESPERIENZE di COMBATTIMENTO nel DETERMINARE la Sindrome da Stress Post Traumatico PTSD
Si sono trovati in situazioni di combattimento cruento, con armi leggere o pesanti.
66-80 % dei soldati impiegati in Afganistan
86-97 % dei soldati impiegati in Iraq
Si sentono responsabili dell’uccisione di un nemico combattente
12 % dei soldati impiegati in Afganistan
48-65 dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
Si sentono responsabili dell’uccisione di un non combattente
1% dei soldati impiegati in Afganistan
14-28 % dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
Certamente non stupisce se poi qualcuno di loro presenta dei problemi di natura psicologica.
Come fa un uomo ad abituarsi a questo?
Nessuno di noi può abituarsi alla morte specialmente quando poi si tratta di civili, in cui non scatta neppure la giustificazione della necessità di reagire al nemico.
Sulla morte di un civile,
l’animo umano,
nel suo profondo,
si pone delle domande,
a cui non trova delle risposte,
anche perché scattano automaticamente
delle associazioni
e delle analogie inconscie con altre situazioni,
con le proprie famiglie, coi propri figli.
Quando si ha a che fare con una guerra,
che non è solo guerra, ma anche guerriglia,
il nemico non ha volto,
non viene identificato come nemico,
prima di rivelarsi tale,
non ha una divisa,
è un volto qualunque tra la folla.
Tale situazione,
che non permette di individuare
chi è il tuo nemico,
determina una situazione di forte stress emotivo
che può dare luogo
al PTSD (Post Traumatic Stress Desorder)
che comprende
disturbi depressivi, ansietà, ossessioni, tendenza al suicidio, aumento della aggressività, abuso di alcool e di farmaci.

Conoscevate personalmente qualcuno tra quelli che sono stati seriamente feriti od uccisi?
Ha risposto si.
43 % dei soldati impiegati in Afganistan
87 % dei soldati impiegati in Iraq
Anche qui la identificazione è notevole,
ed è impossibile non sottrarsi a questo confronto,
quando muore qualcuno accanto a noi,
ci chiediamo sempre se non potevamo essere noi quell’uomo,
specialmente questo accade
quando alla identificazione
si aggiunge la similitudine,
di età, di comportamenti
e poi la conoscenza personale,
che ha implicato la condivisione di emozioni.
Avete visto ferire od uccidere donne e bambini mentre eravate in una situazione di assoluta impotenza per poterli aiutare?
Hanno risposto si.
46% dei soldati impiegati in Afganistan
69-83 % dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
Anche questa è una situazione di possibile identificazione personale inconscia, un trasfert.
Siete stati impiegati in combattimenti corpo a corpo?
Hanno risposto si.
3 % dei soldati impiegati in Afganistan
22-9 % dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
Avete mai salvato la vita di un soldato o di un civile?
Hanno risposto si.
6 % dei soldati impiegati in Afganistan
21-19 % dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
La salvezza di qualcuno
è direttamente proporzionale al grado di impiego bellico
A tanto orrore
corrisponde anche un maggior desiderio
ed una maggiore esperienza di umanità.
Questo dato fa riflettere
e fa sperare che l’uomo,
perlomeno in molti casi,
prevalga sul soldato,
che iconograficamente è votato alla cieca obbedienza
e alla esecuzione del suo compito.
In conclusione:
hanno direttamente ingaggiato e sono stati direttamente coinvolti in conflitti a fuoco
-il 31 % dei soldati impiegati in Afganistan
-il 71-86 % dei soldati impiegati in Iraq (rispettivamente fanti-marines)
Presentano minori sintomi di disturbi mentali
i reduci dall’ Afganistan
rispetto ai reduci dall’ Iraq,
in una correlazione stretta, quindi,
tra il grado di impegno bellico e i disturbi mentali.
La percentuale dei reduci dall’ Afganistan
che hanno accusato dei disturbi da PTSD
dopo l’esperienza di guerra è del 11,5 %
rispetto a quella precedente alla guerra del 9,4 %
Quindi la variazione è minima,
ed è direttamente proporzionale al loro minore impegno di combattimento.
Chi ha assistito direttamente alla morte in battaglia dei propri compagni
e/o ha ucciso dei nemici in combattimento
e/o si è salvato dalla morte
(il sopravissuto porta in se il ricordo della morte)
ha presentato una prevalenza di disturbi mentali
inerenti all’PTSD
La percentuale dei reduci dall’ Iraq
che hanno accusato dei disturbi da PTSD
dopo l’esperienza di guerra è del 18-19,9 %
(rispettivamente fanti-marines)
rispetto a quella precedente alla guerra del 9,4 %
Quindi la variazione è elevata,
più del doppio dei casi di prima della guerra,
ed è direttamente proporzionale
al loro maggiore impegno di combattimento.
Il dato è imponente 2 soldati su 10,
di ritorno dall’Iraq,
accusano disturbi mentali importanti.
Il raddoppio de casi di disturbi da PTSD
è direttamente correlato all’aumento
(raddoppio del consumo di alcool)
Solo il 25 % reduci affetti da PTSD,
ricorre a cure mediche e specialistiche
Le percentuali di PTSD,
osservate dopo precedenti conflitti,
erano diverse e comunque più basse.
15 % nei reduci dal Vietnam
In Vietnam gli studi e le ricerche sui disordini mentali furono fatte solo molti anni dopo.
2-10 % nei reduci della prima guerra del golfo
Dati che sono omologabili alle percentuali riscontrate prima dell’impiego in combattimento delle truppe andate in Iraq in questa guerra.
Ma il vero problema sorge adesso,
dopo il loro rientro dalla guerra,
che rappresenta la fine della “loro” guerra.

Coloro che sono affetti da PTSD
e che non si sottopongono a cure,
dalla statistica sono il 75 %,
come si comporteranno in pace e nella vita normale di ogni giorno?
La PTSD
rappresenta una malattia che alimenta, accentua,
e si inserisce su un terreno già reso fertile alla violenza.
Chi addestrato ad uccidere per non essere ucciso,
e lo pratica per otto lunghi mesi,
come riuscirà ad inserirsi in una vita normale?
Come potrà accettarne le regole?
Come riuscirà a guardare,
senza sospetto,
chi si avvicinerà a lui?
La guerra
non costruisce solo i cimiteri,
ma può costruire anche dei mostri potenziali.
Riproduzione riservata Gilberto Gamberini
foto riprodotte a fini didattico esplicativi

gilberto gamberini








