
FONTE AVVENIRE da Madrid di MICHELA CORICELLI
“Il cuculo abbandona le sue uova nei nidi di altri uccelli. Il compito di covare e nutrire i propri piccoli viene affidato ad «estranei». Un comportamento paradossale, ma non troppo diverso da quello di tanti genitori: presissimi dal lavoro, dagli acquisti del sabato pomeriggio o dalla partita di calcio, dimenticano il proprio ruolo familiare e le proprie responsabilità. Da questa similitudine nasce il titolo del libro La vendetta dei bambini-cucù (Siruela), una favola di Javier Gregori «scritta per i bambini, ma rivolta anche ai genitori: un racconto familiare» - spiega l’autore - che parte da una realtà attualissima.
È la storia di Manuel Pablo, un bambino di 10 anni che sogna di trasformarsi in iguana per passare inosservato. In realtà è un ragazzino normale, ma la sua insicurezza nasce dalla mancanza d’affetto e dall’assenza totale di mamma e papà: lei infermiera, lui politico, non degnano il figlio neppure di uno sguardo. Quello di Manuel Pablo non è un caso isolato: in classe, quando la maestra chiede ai bambini di disegnare la propria famiglia, si scatena il caos. Nessuno ricorda il colore degli occhi del padre o quello dei capelli della madre: «non li vediamo da troppo tempo», spiegano. Manuel Pablo decide di «vendicarsi», spinto da un amico più intraprendente: i due scappano di casa per mettere alla prova i genitori. Si preoccuperanno? Li cercheranno con il cuore in gola? La fuga termina in un parco giochi che nasconde un segreto: il week-end è un luogo di divertimento, ma durante la settimana si trasforma nella Città del Lavoro che «divora» mamme e papà. Agli occhi dei piccoli, gli adulti sono come formiche, iper-stressati, indifferenti al mondo dell’infanzia. Lavorano tutto il giorno spinti da una potente «forza» consumistica: l’ansia di acquistare una casa al mare, un televisore gigante o un’auto potente, li porta ad accettare orari incompatibili con la vita familiare. Il finale, però, è un happy end: gli adulti si pentono e dedicano più tempo ai bambini.
«I nostri figli si rendono perfettamente conto di quello che sta accadendo, e ne soffrono» avverte Gregori. «Sono stato invitato in molte scuole per spiegare il libro. Al termine, alcuni ragazzini mi hanno confessato: anche io sono un bimbo-cucù. Gli stessi genitori, leggendo la favola, ammettono di sentirsi vicini a quei personaggi, anche se la trama è fantastica e volutamente esagerata». L’umorismo percorre tutto il racconto, ma alla fine rimane l’amaro in bocca. Quando i «cucù» diventano più grandi e arrivano all’altezza della serratura, i genitori gli consegnano le chiavi di casa: da quel momento, al posto della baby-sitter ci sarà la televisione. Che fare per combattere questo pericoloso trend? «La soluzione potrebbe essere una legge che difenda il diritto-dovere di essere genitore: gli orari di lavoro di mamme e papà dovrebbero tenere conto delle loro responsabilità. Stiamo dimenticando la qualità di vita, la famiglia, la felicità».
Per lo scrittore il caso spagnolo è emblematico: «In 20 anni siamo cresciuti moltissimo economicamente, ma abbiamo adottato un modello quasi statunitense, lontano dalle tradizioni mediterranee: in molte imprese non c’è orario, in altre non è possibile chiedere l’intensivo. Ma i nostri ragazzi hanno bisogno di tempo: dobbiamo parlare con loro, aiutarli a fare i compiti, insegnare loro come si mangia e come si supera il dolore del primo litigio con l’amico del cuore».
Nelle grandi città il problema si moltiplica, e i ragazzi «si educano da soli». Le conseguenze possono essere tragiche: «In Giappone - sottolinea l’autore - hanno notato che i bambini sono sempre più aggressivi e non riescono più a distinguere la violenza televisiva dalla realtà».”
FONTE AVVENIRE da Madrid di MICHELA CORICELLI

gilberto gamberini








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