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I Dispersi : Un corpo che non c’è, aspettandone il ritorno

Dopo il Maremoto in Asia, si piange, si urla, si inveisce, si singhiozza o ci si chiude in un ostinato e doloroso silenzio, per un corpo che non c’è...e se ne attende il ritorno….Se si tratta di una persona adulta, che, in Asia ha perso qualcuno dei propri cari, e se la sente di cercarli ancora, ... io gli direi di restare...perché là dove tutto è avvenuto, sempre là, anche, tutto potrà sciogliersi...In Italia cosa troverebbe? Come potrebbe accettare una vita, che, necessariamente continua per tutti e la sua che si è fermata? La sua vita e quella degli altri hanno e avranno, per molto tempo, due velocità diverse, che, potranno solo sfiorarsi, e non potranno comprendersi a vicenda…

Roma, 30 dic. (Adnkronos Salute) - Il dramma dei familiari delle vittime del maremoto in Asia potrebbe acuirsi ancora di piu’ se, come probabile, molti non avranno un corpo su cui piangere. Il rischio maggiore, soprattutto per gli occidentali, e’ la ’sindrome della ricerca perpetua’, un profondo convincimento di poter rincontrare il proprio caro negandone la morte. E per tanti potrebbe cominciare un doloroso iter fatto anche di continui viaggi sui luoghi della tragedia, disagi psicologi e una vita ‘bloccata’ su un dolore impossibile da placare.

E’ questo un altro drammatrico risvolto della catastrofe dell’Oceano indiano secondo Antonio Lo Jacono, presidente della Societa’ italiana di psicologia, che sottolinea la difficolta’ di elaborare il lutto in assenza del corpo delle vittime. ”Il corpo - spiega l’esperto all’Adnkronos Salute - e’ l’ultimo contatto con la persona perduta. E anche in questa societa’ ‘virtuale’ l’ultimo saluto ‘materiale’ e’ fondamentale per rendersi davvero conto della perdita”.

Normalmente, infatti, ”c’e’ una parte di noi - continua Lo Jacono - che nega la morte. E in questo caso e’ piu’ facile che si radichi la convinzione di un possibile miracolo”. I rituali funebri, diffusi in tutte le societa’, ”hanno proprio lo scopo - precisa lo psicologo - di ‘accompagnare’ l’elaborazione del lutto, attraverso un contatto diretto con la salma”.

Per i congiunti dei dispersi ”i primi mesi - continua Lo Jacono - saranno molto difficili. Avranno piu’ disagi rispetto agli altri familiari che hanno potuto riavere il corpo dei loro morti. Per questo bisognerebbe pensare anche al loro sostegno psicologico. E’ necessaria una task force di esperti in grado di aiutarli a ‘farsi una ragione’ della perdita, anche in assenza di un segno concreto della morte del proprio caro”. (Ram/Adnkronos Salute)

E’ difficile accettare la morte di qualcuno dei nostri cari,

è così fino all’ultimo…

ma, poi, quando la bara viene chiusa,

si chiude una pagina della nostra vita

e ci rendiamo conto,

che, quella persona non tornerà più.

Dopo il Maremoto in Asia,

si piange, si urla, si inveisce, si singhiozza

o ci si chiude in un ostinato e doloroso silenzio,

per un corpo che non c’è,

di cui non si può accettare la “forse” morte

e se ne attende il ritorno….

Le storie si incrociano,

ognuno trova quella su misura per lui,

.. ed, allora, la speranza ricompare.

Si….

anche quella madre ha perso un figlio,

in prossimità del mare,

ha dovuto scegliere,

per poter restare aggrappata

e, nel contempo,

tenere a sè i due figli,

sotto la furia della corrente,

che, la trascinava via,

ha dovuto scegliere, in una frazione di secondo,

quale salvare.

Quale?

Quello di 5 anni

o quello di 2?

Ha trattenuto quest’ultimo.

Fortunatamente,

il bambino di 5 anni si è salvato,

aggrappandosi ad un tronco, 1 chilometro più in là,

e, dopo qualche giorno,

la famiglia ha potuto ricomporsi,

con quel figlio salvato dalle acque,

in una storia quasi biblica….

Quindi nulla è detto, nulla è fatto… perché smettere di sperare?

Già, l’essere stati riportati in Italia con i voli speciali della splendida Protezione Civile Italiana, che, ricordiamo coordina tutto l’intervento della UE, con quel loro familiare lasciato là, da qualche parte non si sa dove, è percepito come un tradimento, un abbandono.

Cosa fare? Come intervenire?

Se si tratta di una persona adulta,

che, in Asia ha perso qualcuno dei propri cari,

e se la sente di cercarli ancora,

e se crede veramente, dentro di se,

che, questo sia possibile,

se le condizioni di ambientali e di sicurezza lo permettono,

io gli direi di restare,

magari aiutando altri volontari

e collaborando con un ospedale di quella zona,

avrà modo di cercarli in e con ognuno di loro,

avrà modo di sublimare il suo dolore in un qualcosa di grande,

che, sta compiendo,

avrà modo di fare uscire, giorno per giorno,

il suo dolore e di fare entrare quello degli altri,

comprendendo giorno per giorno di non essere solo…..

Emotivamente, è importante,

perché là dove tutto è avvenuto,

sempre là, anche, tutto potrà sciogliersi,

perché comunque non sarà solo ad affrontarlo,

ma, un intero popolo, di qualunque colore di pelle,

sarà accanto a lui.

In Italia cosa troverebbe?

Come potrebbe accettare una vita, che,

necessariamente continua per tutti

e la sua che si è fermata?

La sua vita e quella degli altri

hanno e avranno, per molto tempo,

due velocità diverse,

che, potranno solo sfiorarsi,

e non potranno comprendersi a vicenda…

Un sms non basterà per aiutarlo,

ci vorrà qualcosa di più che un click di invio,

ma, una solidarietà vera, fatta di presenza e di idem sentire.

Ma come potrà trovarla

in chi non condivide la sua esperienza

e non riesce o non può calarsi nella sua?

Chi ha perso qualcuno laggiù ed è adulto per farlo,

ed è rientrato in Italia,e qui preferisce restare

lo invito a mettersi in contatto con altri,

nella sua situazione e condizione,

e di incontrare

chi può comprenderlo e condividere con lui,

tutto quello che è accaduto,

perché forse non è detto che tutto sia già accaduto…..

Sarà un primo passo di un cammino, necessariamente doloroso, ma non privo di speranze per tutti loro, a volte i miracoli accadono ancora e forse qualcuno dei dispersi tornerà ed, allora, sarà una festa per tutti.

Nella attesa, si sentiranno compresi, accetteranno il loro dolore e lo rifletteranno negli altri, ritroveranno nei figli degli altri i loro, nei genitori degli altri i loro, nei fratelli degli altri i loro fratelli.

Come diceva Milton H.Erickson,

solo una emozione condivisa può essere compresa,

un idem sentire, una lacrima che si incrocia con un’altra lacrima.

Per parlare a qualcuno di suo fratello devi parlarle tu del tuo,

devi potergli parlare, tu, del tuo,

intendendo con questo che la comunicazione

deve essere sulla stessa lunghezza d’onda

e respirare la stessa aria, altrimenti,

il tutto viene percepito con distacco

ed aumenta il senso di solitudine di chi recepisce il messaggio.

E qualcosa di sconosciuto e di bello nascerà da tutto questo: il non sentirsi soli, il sentire una emozione comune, che, parla la stessa lingua e ha lo stesso dolore condiviso, che, è quello di tutti.

Ed allora se così sarà sentito, avrà un senso stappare la bottiglia al nuovo anno e berne un bicchiere, sia, pure, con la morte nel cuore.

Sarà un qualcosa di sottotono…. e come altrimenti potrebbe essere, ma sarà un sottotono, condiviso, tra chi e con chi, in quel momento, non può dare di più.

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

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