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Pazienti cardiopatici e il paradosso dell'obesità

L'obesità, nella popolazione generale, è associata ad un aumentato rischio di eventi avversi. Tuttavia, studi di soggetti con patologia cardiaca cronica evidenziano che i pazienti in soprappeso e obesi hanno esiti migliori dei pazienti magri. Riportiamo i dati di due studi recenti apparsi sul green journal rivolti ad analizzare il problema altrimenti noto come “paradosso dell'obesità” , confermando la difficile e non univoca comprensione dei processi biologici che lo sostengono.

fonte univadis

L’obesità, nella popolazione generale, è associata ad un aumentato rischio di eventi avversi. Tuttavia, studi di soggetti con patologia cardiaca cronica evidenziano che i pazienti in soprappeso e obesi hanno esiti migliori dei pazienti magri. Riportiamo i dati di due studi recenti apparsi sul green journal rivolti ad analizzare il problema altrimenti noto come “paradosso dell’obesità” , confermando la difficile e non univoca comprensione dei processi biologici che lo sostengono.

Nel primo studio viene analizzata la correlazione tra BMI e gli esiti in pazienti stabilizzati per scompenso cardiaco (SC) in 7767 soggetti arruolati nel Digitalis Investigation Group trial. I pazienti sono stati stratificati per il BMI basale secondo i criteri standard, in sottopeso (BMI <18.5), peso normale (BMI 18.5-24.9) , soprappeso (BMI, 25.0-29.9) e obesi (BMI >30.0). Quindi è stato valutato il rischio associato a 37 mesi con risultati che evidenziavano una riduzione lineare del tasso di mortalità per tutte le cause per variazioni dal 45% nel gruppo in sottopeso al 28.4% del gruppo dei soggetti obesi (p <0.001). L'analisi multivariata mostrava che i pazienti soprappeso e obesi erano a basso rischio di morte rispetto ai soggetti di riferimento di peso normale [hazard ratio (HR), 0.88; 95% intervallo di confidenza (IC), 0.80-0.96, e HR, 0.81; 95% IC, 0.72-0.92, rispettivamente], mentre i soggetti sottopeso con SC stabile avevano un rischio di morte aumentato (HR 1.21; 95% IC, 0.95-1.53). Pertanto nei pazienti con scompenso cardiaco noto, un BMI più elevato è associato a un minor rischio di mortalità e i soggetti obesi o in soprappeso hanno un rischio di morte più basso rispetto a soggetti normopeso.

Nel secondo studio sono stati analizzati pazienti arruolati nel Physicians’ Health Study rispetto al rischio di mortalità totale e cardiovascolare in maschi con storia di infarto del miocardio o stroke. In questi 5010 soggetti un follow up medio di 5 anni ha permesso di discriminare le morti totali e quelle per eventi cardiovascolari. Una categorizzazione “a priori” in 4 classi secondo il BMI ha permesso di calcolare il rischio relativo (RR) per ogni classe in analisi multivariata e per l’età. Il confronto fra maschi con BMI tra 22.0 e 24.9 e maschi con BMI ³28.0 aggiustati per l’età mostrano un RR =1.11 (95% IC 0.91-1.36) e in analisi multivariata un RR =1.04 (95% IC 0.84-1.28) in un modello che non includeva i mediatori biologici dell’obesità e non differente dal modello che li comprendeva [ RR =1.06 (95% IC, 0.78-1.44)]. Il RR per la mortalità cardiovascolare non mostrava differenze significative per i rispettivi gruppi 1.07 (95% IC, 0.85-1.35), 1.01 (95% IC, 0.79-1.29), 1.01 (95% IC, 0.71-1.43) , mentre nel gruppo con BMI <22.0 si rilevava un piccolo aumento del rischio di mortalità totale e cardiovascolare tale da poter affermare che un BMI elevato non è associato a un significativo aumento della mortalità in soggetti maschi con pregressa malattia coronaria.

Questi dati confermano l'esistenza del “paradosso dell’obesità” nei soggetti affetti da malattia cardiovascolare stabilizzata e ribadiscono la necessità di conoscere i meccanismi che lo determinano prima di fornire a questi pazienti raccomandazioni valide rispetto al peso e al suo controllo.

A cura di Maria Grazia Polino

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