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Paradossi comportamentali nei nostri pazienti

Il paradosso dipende dal fatto che non è affatto certo che chi non viene sia più sano, e chi viene porti sintomi più gravi

FONTE PANORAMA MEDICO

Una coppia di coniugi mi sorprende con le sue contraddizioni. Mentre la moglie giovane e relativamente sana viene una o due volte alla settimana in ambulatorio lamentando dolori imprecisati e paure di avere una neoplasia, il marito, affetto da epatopatia cronica severa, si presenta meno di una volta all’anno!
Sarei tentato di usare un certo moralismo paternalistico “critico” verso simili comportamenti, ma poi mi trattengo… So che ognuno dei due ha giustificazioni importanti per questa “persistenza comportamentale”: la madre della moglie è morta di tumore mammario a 44anni; il marito, ex infermiere dell’anestesia ospedaliera, sostiene, non senza ragioni, che la sua epatite è legata all’intossicazione da farmaci anestetici.

In questi due casi abbiamo abbastanza chiaro il motivo di tali comportamenti, ma il più delle volte, il comportamento “andare dal medico” dei pazienti ci sembra bizzarro, e tanto più quanto più giovane è la nostra esperienza come MdF. Non ci rendiamo conto delle motivazioni profonde che inducono all’eterno ritorno molti “frequent attenders” (frequentatori abituali).
Né tanto meno riusciamo ad immaginare cosa facciano i pazienti prima di recarsi dal MdF. Sono andati dal farmacista? Hanno chiesto aiuto a qualche amico medico? A qualche vicino infermiere? Qualche amico che si ritiene ”esperto” ha detto la sua? Hanno già preso qualche medicina, prima di consultarmi? Quanto ai pazienti “low attenders” (frequentatori inabituali) perché quel paziente “rappresentante di commercio” che fuma molto, percorre 35.000 km annui senza cintura e ha il colesterolo alto non viene da due anni? Esistono diverse capacità di auto-trattarsi e di medicalizzarsi?
Questi misteri sono connessi, tra l’altro, al paradosso che possiamo definire il paradosso degli assenti, più tipico dei sistemi sanitari (come quello italiano) ove si è pagati per liste degli iscritti, e non per numero di interventi o di visite. Il paradosso dipende dal fatto che non è affatto certo che chi non viene sia più sano, e chi viene porti sintomi più gravi. Esistono numerosi casi di pazienti con sintomi gravi, da ospedalizzare, che non si recano nemmeno dal medico di famiglia; come esistono numerosi casi di pazienti che si ricoverano in ospedale, senza sintomi gravi (Horder, 1954; Howie, 1985).
Questi modi di auto-cura o di delega al medico non dipendono dalla fisiologia, dall’anatomia, ma da fattori che sono soprattutto familiari, antropologici, sociologici, e psicologici.
Ad esempio, gli psicologi medici Farnè e Sebelico (1990) elencano sette gruppi di variabili che condizionano il comportamento di difesa della salute.
Ebbene, sei gruppi su sette non hanno nulla a che fare con le variabili “organiche”.
Queste variabili sono cioè:
1) le variabili demografiche (si pensi al sesso… quello debole, il maschile, frequenta meno gli ambulatori);
2) il gruppo sociale di appartenenza;
3) lo stato emotivo;
4) i fattori di personalità;
5) la tipologia dei sintomi percepiti;
6) i fattori cognitivi ed educativi;
7) ed infine le idee che si hanno sul concetto di salute.

Questi temi credo meriterebbero una riflessione attenta e forse anche qualche azione per rendere più efficaci i nostri strumenti di tipo preventivo.
Del Zotti

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