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Ultimo tra gli ultimi II

I discepoli del guru in India si chinano a toccarne i piedi, in segno di ammirata inferiorità. In molte culture i figli si inchinano a toccare con rispetto i piedi dei genitori. I piedi altrui stanno a significare una indegnità di confronto, un potersi permettere solo questa confidenza con la parte altrui più vicina alla terra. Gli amanti non fanno diversamente, mettendo in scena una adorazione illegittima, una messinscena del preferire essere calpestati piuttosto che perdere l’amato. Solo ai malati e ai morenti si prendono i piedi in segno di estrema pietà e vicinanza, come accade nel racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Illich. Pietà al posto di umiliazione, i piedi come il luogo da consolare, come la parte più fragile dell’umanità dell’altro.

FONTE La cecla Avvenire


Quel gesto più che l’umiltà
ci chiede la reciprocità

Essere ai piedi di qualcuno. Toccargli i piedi. Slacciargli le scarpe, sciogliere i legacci dei calzari. Lavargli i piedi, asciugarglieli. Le figure dell’ossequio, dell’umiliazione, del sottomettersi, del subordinarsi. Cultura per cultura, i gesti del prendere i piedi a qualcuno stanno per una declinazione variegata del campo prossemico della subordinazione. Il corpo significa, con la sua posizione rispetto al corpo dell’altro, più di quanto possa dire uno scusarsi, un promettere fedeltà e obbedienza, un dichiarare sudditanza e rispetto. I discepoli del guru in India si chinano a toccarne i piedi, in segno di ammirata inferiorità. In molte culture i figli si inchinano a toccare con rispetto i piedi dei genitori.
I piedi altrui stanno a significare una indegnità di confronto, un potersi permettere solo questa confidenza con la parte altrui più vicina alla terra. Gli amanti non fanno diversamente, mettendo in scena una adorazione illegittima, una messinscena del preferire essere calpestati piuttosto che perdere l’amato. Solo ai malati e ai morenti si prendono i piedi in segno di estrema pietà e vicinanza, come accade nel racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Illich. Pietà al posto di umiliazione, i piedi come il luogo da consolare, come la parte più fragile dell’umanità dell’altro.
Quando Cristo lava i piedi ai discepoli compie un gesto fuori da questi significati e da queste norme. Non corrisponde nemmeno al gesto del lavare i piedi ai po veri, che il Giovedì santo si ripete nelle basiliche.
Cristo lava i piedi di gente come lui, di poveri come lui. Non c’è ossequio e nemmeno umiliazione. Cosa significa lavare i piedi dei propri pari? Che significa lavare i piedi degli amici? Il gesto della lavanda dei piedi è qui disorientante rispetto ai codici tradizionali. Non corrisponde nemmeno al gesto della Maddalena, più simile a quello dell’amante o di chi presagisce la Passione prossima dell’altro.
Cristo lava i piedi dei discepoli per infrangere il senso dell’umiltà, per ricordare che da ora in poi è possibile solo come gesto reciproco. Lavando i piedi agli apostoli dichiara che loro sono maestri al pari di lui e che comunque lui abolisce la possibilità che loro lavino omaggianti i piedi di lui. Nel gesto evengelico si annullano e assimilano umiltà e umiliazione.
Qualcuno può rintracciarvi l’invenzione dell’umiltà cristiana, di chi si abbassa fino all’estremo sacrificio. Io vi vedo anche qualcos’altro. Un’eversione della tradizione, dove si rovescia l’inchino del suddito, si annulla la gerarchia, pur anche quella dei meriti e della santità. Cristo taglia corto con la simbolica del corpo riverente. E proclama l’accoglimento della comune radice dell’ossequio tra figli di Dio.

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