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Shoà, la leggenda del sapone

Anche Roberto Benigni è finito in una bolla di sapone. La vita è bella, scena in cui il protagonista Guido deve rendere conto al figlio Giosuè se sia vero che «con noi ci fanno i bottoni e il sapone»: «Sarebbe il colmo dei colmi… Ci pensi: domani mattina mi lavo le mani con Bartolomeo, una bella insaponata, poi mi abbottono con Francesco»... Beh, per sdrammatizzare la paura Benigni cercava il paradosso e invece ha incontrato la verità. Al di là delle barzellette assai macabre che circolano al riguardo, infatti, pare che la storia degli ebrei trasformati in sapone sia una bufala, un clamoroso falso, una leggenda metropolitana. Anzi: una leggenda concentrazionaria, come tante certo ne sorsero nell'angusto e asfittico «piccolo mondo» dei lager e dei gulag, dei «campi» di destra e di sinistra. Quella del sapone ebraico è tuttavia una storia istruttiva, anche perché è tanto radicata nell'immaginario dell'Olocausto che a sfatarla si corre il rischio di passare per antisemiti.....Rif, ovvero Reichsstelle fur industrielle Fettversorgang, «Ufficio del Reich per l'approvvigionamento industriale di grassi». Qualcuno invece, con un'inammissibile forzatura d'iniziale, interpretò l'acrostico come Rein Judisches Fett, cioè «puro grasso ebraico». Una leggenda su cui la storia tuttavia continua a scivolare.

IL CASO
Gli storici ebrei smascherano una diceria legata ai lager: forse fu inventata dagli stessi nazisti per infierire sulle vittime Ma c’è una pista sovietica

Shoà, la leggenda del sapone

fonte Di Roberto Beretta AVVENIRE

Anche Roberto Benigni è finito in una bolla di sapone. La vita è bella, scena in cui il protagonista Guido deve rendere conto al figlio Giosuè se sia vero che «con noi ci fanno i bottoni e il sapone»: «Sarebbe il colmo dei colmi… Ci pensi: domani mattina mi lavo le mani con Bartolomeo, una bella insaponata, poi mi abbottono con Francesco»…
Beh, per sdrammatizzare la paura Benigni cercava il paradosso e invece ha incontrato la verità. Al di là delle barzellette assai macabre che circolano al riguardo, infatti, pare che la storia degli ebrei trasformati in sapone sia una bufala, un clamoroso falso, una leggenda metropolitana. Anzi: una leggenda concentrazionaria, come tante certo ne sorsero nell’angusto e asfittico «piccolo mondo» dei lager e dei gulag, dei «campi» di destra e di sinistra.
Quella del sapone ebraico è tuttavia una storia istruttiva, anche perché è tanto radicata nell’immaginario dell’Olocausto che a sfatarla si corre il rischio di passare per antisemiti. E invece sono stati anche autorevoli storici ebrei ed esponenti del giudaismo a confermare che si tratta solo di una leggenda; per esempio Yehuda Bauer, responsabile degli studi sulla Shoah presso l’università di Hebrew a Tel Aviv, in un intervista all’edizione internazionale del Jerusalem Post: «I tedeschi non hanno mai trasformato i corpi degli ebrei in sapone. Anzi, pare che la voce fu messa in giro dai nazisti stessi per cattiveria». Anche il direttore del Museo dell’Olocausto israeliano, Shmuel Krakowski, definì privo di fondamento il cosiddetto «sapone umano»: non esistono prove che i nazisti abbiano fabbricato saponette con i cadaveri degli ebrei.
Quanto però a scoprire l’origine della leggenda concentrazionaria, è un’altra faccenda; come ammette un «classico» come lo storico Raul Hilberg: «Fino ad oggi, l’origine della diceria del sapone umano resta ancora sconosciuta». C’è chi dice che l’inventore sia stato Simon Wiesenthal, il più accanito «cacciatore di ge rarchi» nazisti del dopoguerra; già nel 1946 Wiesenthal pubblicava su Der Neue Weg, il giornale della comunità ebraica austriaca, un articolo in materia: «Fu nel Governatorato generale della Polonia (che iniziò la saponificazione degli ebrei) e la fabbrica si trovava in Galizia, a Belzec. Dall’aprile 1942 al maggio 1943 900 mila ebrei furono utilizzati come materia prima in questa fabbrica». In pratica i cadaveri sarebbero stati macabramente riciclati in diversi usi, quindi «il resto, lo scarto grasso residuo, veniva impiegato per la produzione di sapone. Il mondo civilizzato non può immaginare la gioia che questo sapone procurava ai nazisti del Governatorato generale e alle loro donne. In ogni pezzetto di sapone essi vedevano un ebreo che era stato messo là magicamente e al quale si era impedito di diventare un secondo Freud, Ehrlich o Einstein».
Per altri la diceria sarebbe di origine sovietica. In ogni caso, la vicenda fu presto accreditata dalle citazioni di grossi calibri del sionismo come Ben Gurion e la filosofa Hannah Arendt («La camera a gas e la fabbrica di sapone sono le cose a cui può condurre l’antisemitismo»). Anche durante i processi per crimini di guerra alcuni testimoni oculari dissero che i nazisti producevano sapone e paralumi rispettivamente con grasso e pelle umana. Tanto che nel 1948 il governatore militare americano della Germania occupata inviò i presunti manufatti in pelle umana a un laboratorio e ne ebbe il responso che erano in realtà di pelle di capra.
Non altrettanto si è fatto con i reperti di presunto «sapone umano» conservati al Palazzo della Pace dell’Aia ad uso dei turisti; non a caso vari esponenti del revisionismo anti-sionista invocano una perizia medico-legale su quella materia. Pare che all’Aia ci sia anche la formula chimica per per la fabbricazione di sapone umano, l’attendibilità della quale è tuttavia molto dubbia.
Forse ha ragione chi cita un precedente della Grande Guerra, quando la propaganda anti-tedesca ricorse fece circolare la terroristica notizia che i soldati del Kaiser che tagliavano le mani ai bambini belgi e ricavavano sapone dai corpi dei soldati morti: un classico della «disinformazione» usata a fini bellici. La leggenda si nutriva poi di dettagli grotteschi, come le 20 casse di sapone «solennemente inumate» nel marzo 1946 nel cimitero giudaico della piccola città romena di Folticeni. Del resto molto più recentemente a Magdiel, presso Tel Aviv, è stata riscoperta una piccola lapide con la scritta «Sapone dei martiri»: sotto, ci sarebbe una cassa con saponette provenienti anch’esse dalla Romania e sepolte nella «terra promessa» da una profuga ebrea.
Non si tratta di fare i negazionisti. Nella versione popolare, anzi, l’esistenza dei forni crematori fa a pugni con la «diceria dell’untore» a base di sapone: se le povere vittime dei lager, infatti, venivano bruciate, è evidente che i loro corpi o le ossa non potevano servire a fabbricare prodotti per cui sono essenziali le materie grasse. Ma forse l’assimilazione tra la cenere (spesso usata come sbiancante nei bucati delle nonne) e il sapone ha addirittura rafforzato la credibilità della leggenda.
Perché proprio il sapone, infatti? Una risposta potrebbe essere il dato di fatto che in molte zone europee (anche italiane) e da secoli l’industria saponifera era specialità di famiglie ebraiche: dunque la circostanza di trasformarne i cadaveri in sapone suonava orrido ma adeguato contrappasso. Un’altra ipotesi è racchiusa nell’insulto razzista scagliato dai nazisti contro gli ebrei, di essere appunto «sporchi». Ma forse la scelta dipende semplicemente dalla sigla impressa dal Reich sui pezzi di sapone, che a causa della guerra erano diventati di interesse governativo: Rif, ovvero Reichsstelle fur industrielle Fettversorgang, «Ufficio del Reich per l’approvvigionamento industriale di grassi». Qualcuno invece, con un’inammissibile forzatura d’iniziale, interpretò l’acrostico come Rein Judisches Fett, cioè «puro grasso ebraico». Una leggenda su cui la storia tuttavia continua a scivolare.

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