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RiccardoAronediBertolino ANNA Educazione e cultura

Mentre la terapia proseguiva, pensavo a quello che poteva essere successo a quella bambina felice e spensierata che sorrideva al suo papà in un mattino di primavera. Le parole del mio strizzacervelli (come si definisce ridendo) mi avevano fatto riflettere su come l’educazione, l’adattamento alle norme sociali e la cultura possono in parte spegnere la spinta vitale con cui nasciamo: “Ci hanno insegnato che si pecca in pensieri, parole, opere ed omissioni”. Mi disse che quando siamo bambini, i nostri genitori ci insegnano a leggere il mondo in un certo modo, ci dicono come dobbiamo comportarci, ci danno regole che ci permettono di adattarci al nostro contesto culturale, alla società. In questo modo ci trasmettono i loro schemi mentali di riferimento, filtrano la realtà attraverso i loro valori e le loro convinzioni, restituendocela spesso distorta da pregiudizi e idee su come dovremmo essere e comportarci per diventare “bravi”, per ottenere la loro approvazione o quella del nostro ambiente in generale...

Educazione e cultura

Mentre la terapia proseguiva, pensavo a quello che poteva essere successo a quella bambina felice e spensierata che sorrideva al suo papà in un mattino di primavera. Le parole del mio strizzacervelli (come si definisce ridendo) mi avevano fatto riflettere su come l’educazione, l’adattamento alle norme sociali e la cultura possono in parte spegnere la spinta vitale con cui nasciamo: “Ci hanno insegnato che si pecca in pensieri, parole, opere ed omissioni”. Mi disse che quando siamo bambini, i nostri genitori ci insegnano a leggere il mondo in un certo modo, ci dicono come dobbiamo comportarci, ci danno regole che ci permettono di adattarci al nostro contesto culturale, alla società. In questo modo ci trasmettono i loro schemi mentali di riferimento, filtrano la realtà attraverso i loro valori e le loro convinzioni, restituendocela spesso distorta da pregiudizi e idee su come dovremmo essere e comportarci per diventare “bravi”, per ottenere la loro approvazione o quella del nostro ambiente in generale. Anch’io per tanti anni, anche da adulta, avevo sentito di dover aderire ad un copione da “brava bambina”, a modelli familiari che comprendevano anche il modo di esprimere le emozioni: Inoltre, avvertivo un involontario ricatto affettivo del tipo: ti voglio bene solo se ti comporti in un modo che io approvo.

Tuttavia, come ho detto in precedenza, come dovessi comportarmi perché i miei genitori fossero finalmente soddisfatti di me non mi è mai stato chiaro. Da bambini inoltre, mi spiegò, non siamo in grado di reagire a questi condizionamenti, poiché pensiamo che la realtà che ci presentano i nostri genitori sia l’unica esistente e i loro insegnamenti siano universalmente validi. [1] Non possiamo metterli in discussione perché non abbiamo parametri esterni di riferimento con cui confrontarli. Da adulti, però, possiamo e dobbiamo metterli in discussione, indipendentemente dall’affetto che proviamo verso i nostri genitori.

Nel frattempo, avevo cercato di seguire la strategia consigliatami circa l’espressione delle mie emozioni in presenza dei miei genitori. Contrariamente alle mie aspettative, qualche volta la mia allegria e il mio buon umore li avevano contagiati. In altri casi avevo espresso apertamente rabbia o malumore dicendo chiaramente che anch’io ne ho diritto e vorrei essere accettata e rispettata in questo. Mio padre mi aveva risposto che su un punto mi capiva molto bene: quando per un qualche motivo siamo di cattivo umore o stanchi, è comprensibile che non abbiamo voglia di parlare e, una volta chiarito questo, gli altri non devono prendersela se stiamo in silenzio o un po’ in disparte. Poco alla volta, senza neanche rendermene bene conto inizialmente, mi sono sentita più libera di essere me stessa anche in casa.

[1] Purtroppo non veniamo a questo mondo con delle idee innate giuste, persino le stesse percezioni sensoriali possono venire distorte dalla apparente realtà che ci fornisce la formazione che riceviamo.

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