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RiccardoAronediBertolino ANNA Una lettera

Niente più “copioni” da recitare, niente più “maschere” cercando di essere la persona che immaginavo fosse conforme alle aspettative degli altri (naturalmente sempre diverse a seconda della persona), avevo rischiato di perdermi, di non sapere più chi io fossi davvero. A questo punto entravano in gioco i miei genitori: pur volendomi molto bene, senza accorgersene mi avevano sempre indicato il modo di essere che poteva ricevere la loro approvazione (e il loro affetto) ma che, fra l’altro, mancava di coerenza e di chiarezza. Avevo sempre avuto l’impressione che, per quanto facessi, non fossero mai contenti di me. Inoltre, cosa forse ancor più grave, in casa non mi sentivo mai libera di esprimere spontaneamente e autenticamente le mie emozioni, perché il mio stato d’animo doveva sempre essere in sintonia con il loro: dovevo essere triste quando loro erano tristi, allegra quando loro erano allegri e così via. A volte, quando anche i loro stati d’animo erano discordanti, mi sentivo come paralizzata per la difficoltà di decidere a quale dei due conformarmi. Tutto questo mi dava un senso di oppressione e di soffocamento....Io mi sto occupando di te: come potrebbe non interessarmi una tua lettera?” (Devo riconoscere che è estremamente piacevole e di per sé terapeutico sentirsi dire “Mi sto occupando di te”).....Mi offrì una lettura di questa dinamica familiare a cui io non avevo mai pensato: il mio ruolo nei confronti dei miei genitori era quello di “cuscino”, con la funzione di assorbire e deviare su di me la conflittualità interna alla coppia. Quando io non c’ero, questa conflittualità non si poteva esprimere apertamente perché, senza un cuscino, sarebbe stata dirompente e avrebbe potuto portare ad una rottura fra i miei genitori, cosa che evidentemente hanno sempre voluto evitare.....

Una lettera

Quella seconda seduta mi aveva suscitato così tante emozioni e pensieri che non riuscii ad aspettare l’incontro successivo per esprimerli, perciò pensai di scrivergli ed inviargli per posta una lettera. Mi sentivo invasa da quelle emozioni, che mi provocavano un misto di inquietudine ed euforia per aver capito tante cose su di me e sul mio passato. Cominciavo a sentirmi rinata, avevo riscoperto in me un’energia e una forza che non credevo più di avere.

Era come tornare bambina, perciò mi ricordai della foto che avevo ripescato dalla mia memoria durante la prima seduta e, insieme alla lettera, gli inviai anche quella foto. Era un modo tutto personale per fargli sapere che ero riuscita a recuperare un’immagine di me stessa in un momento di benessere e gliene ero grata. Adesso ero convinta di essere una persona che poteva stare bene. Avrei abbandonato l’ansia, la tensione, le ossessioni che erano state mie inseparabili compagne per tanti anni, al punto da apparirmi normali, e avrei ricominciato una nuova vita. Mi veniva offerta una possibilità unica ed ero decisa a non sprecarla.

Scrissi anche che finalmente sentivo di avere il diritto di essere accettata e amata senza dover fare nulla di particolare per conquistarmelo, cioè senza dovermi sforzare di apparire diversa da come sono realmente. Niente più “copioni” da recitare, niente più “maschere” cercando di essere la persona che immaginavo fosse conforme alle aspettative degli altri (naturalmente sempre diverse a seconda della persona), avevo rischiato di perdermi, di non sapere più chi io fossi davvero. A questo punto entravano in gioco i miei genitori: pur volendomi molto bene, senza accorgersene mi avevano sempre indicato il modo di essere che poteva ricevere la loro approvazione (e il loro affetto) ma che, fra l’altro, mancava di coerenza e di chiarezza. Avevo sempre avuto l’impressione che, per quanto facessi, non fossero mai contenti di me. Inoltre, cosa forse ancor più grave, in casa non mi sentivo mai libera di esprimere spontaneamente e autenticamente le mie emozioni, perché il mio stato d’animo doveva sempre essere in sintonia con il loro: dovevo essere triste quando loro erano tristi, allegra quando loro erano allegri e così via. A volte, quando anche i loro stati d’animo erano discordanti, mi sentivo come paralizzata per la difficoltà di decidere a quale dei due conformarmi. Tutto questo mi dava un senso di oppressione e di soffocamento. Me ne ero resa già parzialmente conto quando avevo conosciuto il mio attuale fidanzato, la prima persona che mi aveva fatta sentire amata e accettata in maniera incondizionata. Continuavo invece a temere che i miei genitori non mi avrebbero più voluto bene se avessi smesso di nascondermi dietro all’immagine di me che pensavo volessero vedere (anche se non ho mai capito esattamente quale fosse) e se avessi espresso tutte le mie emozioni liberamente.

Quando lo rividi, mi accolse dicendomi che la lettera e la foto lo avevano commosso e che non dovevo assolutamente temere di averlo disturbato (come gli avevo scritto in apertura della lettera): al contrario gli avevo fatto un enorme piacere perché dal contenuto era evidente che la terapia stava dando rapidamente dei buoni risultati. Avrei potuto scrivergli ogni volta che volevo, poiché era molto utile per la terapia. “Io mi sto occupando di te: come potrebbe non interessarmi una tua lettera?” (Devo riconoscere che è estremamente piacevole e di per sé terapeutico sentirsi dire “Mi sto occupando di te”).

Commentò in particolare il fatto che io mi sentissi impossibilitata ad esprimere le mie emozioni davanti ai miei genitori, o almeno quelle che erano in dissonanza con le loro, dicendomi che questo loro atteggiamento mi aveva sempre comunicato il messaggio: “Tu non puoi esistere liberamente ed autonomamente”. Gli riferii che qualche sera prima tornando a casa ero particolarmente di buon umore e avevo avuto la sensazione che questo desse fastidio a mia madre, perché, evidentemente, lei non lo era. Così mi invitò ad adottare questa strategia: esprimere tutte le emozioni che mi andava di esprimere. Mi avvertì che avrei incontrato degli ostacoli, ma in seguito l’atteggiamento dei miei genitori si sarebbe modificato.

Inoltre, avrei dovuto vederli in modo diverso, togliendo loro un po’ di autorità, pur continuando a provare dell’affetto per loro. Le due cose non si escludevano a vicenda. Mi parlò del proprio padre: un tempo lo vedeva come una figura autoritaria, in grado di incutergli timore, poi, col tempo, quell’autorità si era molto ridimensionata e aveva finito per provare nei suoi confronti soltanto un affetto misto a tenerezza.

Parlai anche di una dinamica che avevo vissuto all’interno della mia famiglia e alla quale scoprii da aver sempre dato un significato sbagliato: fin da bambina, quando mi trovavo insieme ai miei genitori, questi erano più litigiosi di quando stavano da soli. Questo fatto mi era stato riferito da loro stessi e, di conseguenza, io mi ero spesso sentita responsabile delle loro liti, come se il motivo di tali discussioni fosse legato a me o come se fosse colpa mia se si innervosivano fino a quel punto (anche se non capivo in che cosa consistesse davvero la mia colpa). Mi offrì una lettura di questa dinamica familiare a cui io non avevo mai pensato: il mio ruolo nei confronti dei miei genitori era quello di “cuscino”, con la funzione di assorbire e deviare su di me la conflittualità interna alla coppia. Quando io non c’ero, questa conflittualità non si poteva esprimere apertamente perché, senza un cuscino, sarebbe stata dirompente e avrebbe potuto portare ad una rottura fra i miei genitori, cosa che evidentemente hanno sempre voluto evitare.

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