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RiccardoAronediBertolino ANNA UN CASO DOC La Terapia

La risposta mi piacque molto: “Hai ragione ad avere dei dubbi, perché la maggior parte degli psicoterapeuti non risolve niente!”. .. Inoltre, continuò, molti si occupano dei “sintomi”, della “patologia”, anziché della persona. Non mi parlava mai di “disturbi” o di “sintomi” (parole che in effetti mi facevano sentire “malata”) e, quando ero io ad usare questi termini mi correggeva: “Chiamali piuttosto rotture di scatole!”. Mi disse che non dovevo aver paura del mio “inconscio”, perché non potevo trovarci nulla di brutto o di cui vergognarmi, anzi più si procede verso la parte profonda della nostra mente, più si incontrano cose belle….Fin dal primo momento mi ero resa conto di avere davanti una persona “vera”, che esprimeva emozioni e aveva reazioni autentiche....riuscii a rivedermi in una fotografia di quando avevo due o tre anni. Era primavera, c’era il sole e tantissima luce. Avevo un vestitino di stoffa leggera che doveva piacermi molto e i capelli raccolti. E soprattutto sorridevo, sorridevo spensierata. Durante la seduta non parlai della fotografia, ma ne conservai il ricordo vivo dentro di me per un po’ di tempo. … Uscii da quel primo incontro rilassata e con l’idea che fosse possibile per me stare di nuovo bene. Lui ne era convinto. Me lo avevano detto, oltre alle sue parole, il sorriso e la luce che aveva negli occhi mentre mi diceva che mi vedeva già guarita e che sarebbe stato un piacere per lui liberarmi da tutto ciò che, nel corso degli anni, mi aveva allontanata da quella iniziale condizione di benessere che mi aveva fatto rievocare.... Devi controllare e dopo devi controllare di nuovo perché sbadata come sei potresti aver controllato male e poi una “poveretta”, “sfigata” come te chissà se è capace di controllare bene!”. Oppure: “Bisogna che ricontrolli perché controllando di aver chiuso il gas potresti averlo riaperto!”; “Sei veramente sicura di aver chiuso la macchina? Ma come è possibile?” E così via…....quello che in precedenza avevo preso terribilmente sul serio veniva svuotato del suo potere ansiogeno, diventando qualcosa di cui io stessa potevo sorridere. Mi veniva offerta una prospettiva completamente nuova….“una legge fondamentale del cervello umano è che quello che crediamo vero lo è di più che se lo fosse realmente e facciamo di tutto per dimostrarci di avere ragione, anche e soprattutto contro noi stessi”.....

La Terapia

Il giorno della prima seduta ero spaventatissima. Non riuscivo praticamente a parlare. Non avevo paura della persona che mi stava di fronte, ma di me stessa, di quello che avrei potuto vedere [1] dentro di me svelandomi all’altro. Ero convinta che tutto ciò che apparteneva alla mia interiorità fosse qualcosa da nascondere, di cui vergognarmi. Se soffrivo di un disturbo psichico doveva proprio essere così! (Non mi ero mai resa conto di quanto Freud, nonostante la mia posizione critica e scettica nei confronti della psicoanalisi, mi avesse influenzata). Pensavo: “Chissà che cosa scoprirò! E chissà che idea si farà di me lo psicoterapeuta!”. [2] Se una minima cosa fosse andata storta quel giorno, non sarei più tornata, e in maniera definitiva….

Mi fece accomodare: “Spalmati sulla poltrona (con quello che mi è costata ti devi mettere comoda!) e raccontami le pene del tuo animo.” L’unica cosa che riuscii a dire all’inizio era che avevo difficoltà a parlare, ero angosciata e avevo dei dubbi e delle paure rispetto alla psicoterapia. La risposta mi piacque molto: “Hai ragione ad avere dei dubbi, perché la maggior parte degli psicoterapeuti non risolve niente!”. ..

Inoltre, continuò, molti si occupano dei “sintomi”, della “patologia”, anziché della persona. Non mi parlava mai di “disturbi” o di “sintomi” (parole che in effetti mi facevano sentire “malata”) e, quando ero io ad usare questi termini mi correggeva: “Chiamali piuttosto rotture di scatole!”. Mi disse che non dovevo aver paura del mio “inconscio”, perché non potevo trovarci nulla di brutto o di cui vergognarmi, anzi più si procede verso la parte profonda della nostra mente, più si incontrano cose belle….

Fin dal primo momento mi ero resa conto di avere davanti una persona “vera”, che esprimeva emozioni e aveva reazioni autentiche.

Quel giorno comunicavo angoscia in tutti i modi: con la mia difficoltà ad esprimermi apertamente, con una postura rigida e chiusa, con un disagio e un imbarazzo che non riuscivo a nascondere e un’espressione da “Maddalena pentita”, per usare le parole del mio psicoterapeuta….

Mi sorprendeva il fatto che questi intanto mi rivolgesse uno sguardo carico di affetto, sorridendomi tranquillo e dicendomi che aveva davanti agli occhi l’immagine di me che stavo bene: “Forse tu non riesci ancora a vederla, ma io sì.”

Mi disse che non sono nata con l’ansia e i pensieri ossessivi, essi non sono nel mio DNA, quindi non dovevo credere che facessero parte di me. Anzi, tutti noi siamo nati con una naturale tendenza al benessere, con una gioia di vivere e una spinta vitale che solo circostanze esterne, come esperienze di vita o altre persone, possono spegnere.

Già il modo in cui ci guarda nostra madre da neonati può avere degli effetti su di noi….

Non riuscendo a parlare, mi limitavo ad ascoltare, anche perché era come se parlasse al posto mio, dicendo esattamente quello che sentivo o pensavo, ma che in quel momento non ero in grado di formulare. Mi sentivo piacevolmente capita e a mio agio, nonostante la tensione. Così, quando mi invitò a chiudere gli occhi e ad appoggiare la testa alla poltrona, non ero spaventata, almeno non più di quanto lo fossi già….

Riuscii a rilassarmi un po’, anche se a fatica. Mi aiutò facendomi notare che avevo la tendenza a sentirmi in colpa e giudicata se non “riuscivo” a rilassarmi come mi era stato chiesto, quasi si trattasse anche in quel caso di una specie di prova in cui dovevo essere “brava” e naturalmente, come mi capitava sempre, non ero soddisfatta dei miei risultati. Inoltre mi spiegò che è normale per tutti avere qualche difficoltà a rilassarsi, dal momento che nessuno ce lo insegna….

anzi ci viene trasmessa l’idea che occorra sempre stare attenti ed essere pronti a reagire. Intanto la tensione diminuiva e con essa anche il mio bisogno di avere il controllo assoluto su di me e su ciò che mi circondava. A quel punto mi invitò a recuperare e a visualizzare un’immagine di me quando stavo bene. All’inizio fu molto difficile: mi ero resa conto di dover tornare indietro coi ricordi alla prima infanzia! ….

Poi riuscii a rivedermi in una fotografia di quando avevo due o tre anni. Era primavera, c’era il sole e tantissima luce. Avevo un vestitino di stoffa leggera che doveva piacermi molto e i capelli raccolti. E soprattutto sorridevo, sorridevo spensierata. Durante la seduta non parlai della fotografia, ma ne conservai il ricordo vivo dentro di me per un po’ di tempo. …

Uscii da quel primo incontro rilassata e con l’idea che fosse possibile per me stare di nuovo bene. Lui ne era convinto. Me lo avevano detto, oltre alle sue parole, il sorriso e la luce che aveva negli occhi mentre mi diceva che mi vedeva già guarita e che sarebbe stato un piacere per lui liberarmi da tutto ciò che, nel corso degli anni, mi aveva allontanata da quella iniziale condizione di benessere che mi aveva fatto rievocare in stato di ipnosi….

Durante la seconda seduta mi decisi a parlare dei miei pensieri ossessivi e del mio bisogno di controllo, dei quali naturalmente mi vergognavo moltissimo, perché ero ben consapevole del fatto che si trattava per lo più di preoccupazioni assurde, [3] senza senso, modi attraverso i quali mi complicavo la vita inutilmente. Mi sembrava pertanto di essere un “caso” grave…..

Eppure, mentre parlavo, lui (che aveva preteso il “tu” reciproco) continuava a sorridermi amorevolmente senza assumere un’aria grave e preoccupata, come mi sarei aspettata. Al contrario, iniziò ad ironizzare sui miei rituali e ripetuti controlli (cosa che continuò a fare varie volte nel corso della terapia, fino a quando non me ne liberai del tutto), prendendomi affettuosamente in giro più o meno così: …..

“Devi controllare e dopo devi controllare di nuovo perché sbadata come sei potresti aver controllato male e poi una “poveretta”, “sfigata” come te chissà se è capace di controllare bene!”. Oppure: “Bisogna che ricontrolli perché controllando di aver chiuso il gas potresti averlo riaperto!”; “Sei veramente sicura di aver chiuso la macchina? Ma come è possibile?” E così via….

In questo modo mi riproponeva in chiave ironica il dialogo mentale (disfunzionale) con me stessa che faceva scaturire il bisogno di controllare. La differenza importante stava nel fatto che ora quello che in precedenza avevo preso terribilmente sul serio veniva svuotato del suo potere ansiogeno, diventando qualcosa di cui io stessa potevo sorridere. Mi veniva offerta una prospettiva completamente nuova….

Poi mi disse: “Il modo migliore per avere tutto sotto controllo è non controllare niente, perché mentre si controlla qualcosa di particolare, si perde di vista tutto il resto”.

Sempre con il suo stile ironico e ricorrendo a simpatiche metafore, mi ha fatto capire una cosa molto importante: quando una persona è convinta di essere “sbagliata” fa di tutto per confermare l’idea che ha di sé, [4] presentandosi o comportandosi come tale, in modo da avere risposte dall’esterno conformi al modo in cui si percepisce…..

Anche perché, come dice lui: “una legge fondamentale del cervello umano è che quello che crediamo vero lo è di più che se lo fosse realmente e facciamo di tutto per dimostrarci di avere ragione, anche e soprattutto contro noi stessi”.

Non credevo che sarei mai riuscita ad esprimere così apertamente i miei pensieri e le mie difficoltà. Ero convinta (e continuavo a pensarlo senza sosta durante il percorso in macchina per raggiungere lo studio) che avrebbe prevalso la “vergogna”: certe cose non si possono raccontare! ….

Penserà che sono un caso grave! E invece durante e dopo la seduta mi sono sentita una persona fondamentalmente “sana”, che doveva soltanto liberarsi da una serie d’interferenze noiose e seccanti che disturbavano la sua vita. Mi chiese chi le aveva create. Risposi con una smorfia: “La mia mente.” - “Ti prego, non sputarmi disgustata sulla moquette quando dici “la mia mente”!”….

Aggiunse che dovevo voler bene alla mia mente. Dovevo volermi bene. Mi fece capire che avevo creato quei meccanismi solo perché mi erano sembrati la soluzione migliore per difendermi dallo stato di ansia in cui mi mettevano costantemente la mia insicurezza e la mia scarsa autostima. Mi disse che le mie “invenzioni” erano indice di intelligenza, [5] ma usata male, perché avrebbe dovuto invece essere messa al servizio della mia creatività e vitalità. ….

Mi resi conto, soprattutto riflettendoci dopo la seduta, di aver costruito un complesso apparato di meccanismi difensivi che si erano rivelati delle trappole e, in quanto tali, avevano avuto l’effetto di complicarmi ancora di più la vita.

A proposito di insicurezza e di scarsa autostima, mi è venuto spontaneo, fin dalla seconda seduta, parlare della mia scuola, il liceo classico….

dove ho trascorso senza dubbio gli anni più brutti della mia vita, in balìa di insegnanti che ponevano richieste eccessive agli studenti, sommergendoli di una carico di studio quasi insopportabile, usavano il potere e l’autorità che avevano nei nostri confronti per spaventarci e umiliarci valutandoci in modo assurdo e ingiusto e privilegiavano un tipo di apprendimento che non consentiva di elaborare e di interiorizzare nulla. ….

Senza contare che i loro giudizi non erano circoscritti all’area del rendimento scolastico, ma investivano l’intera persona, perciò da essi dipendeva la percezione globale che avevamo di noi stessi. Ad un certo punto, durante il penultimo anno di scuola, giunta al limite della sopportazione e non trovando alcun senso in ciò che ero costretta a fare, mi ero ribellata, scegliendo di abbandonare quella scuola per finire il liceo altrove…..

Avevo paura, continuando a compiacere le loro richieste, di diventare come quei professori, dovevo difendere ad ogni costo la mia identità, che sentivo minacciata. La mia famiglia non capì le motivazioni che mi avevano portata a quella decisione e mi giudicò in maniera negativa e ostile: in particolare, secondo mio padre, avevo dimostrato di non avere abbastanza forza di volontà, per cui nella mia vita non avrei mai potuto combinare niente di buono….

[6]

Fortunatamente col tempo si è dovuto ricredere, specialmente quando mi sono laureata, e io nel frattempo avevo sepolto l’argomento, anche se in altre occasioni in cui non condivideva le mie scelte si erano ripresentati problemi analoghi.

Il mio psicoterapeuta mi ha invitata a riflettere sul fatto che decidere di lasciare quella scuola era stata, oltre ad un sano e giusto atto di ribellione, una dimostrazione di coraggio….

Tutto l’opposto di quello che aveva pensato la mia famiglia, che vi aveva visto una fuga e una resa. Mi parlò a sua volta dei propri insegnanti di liceo: persone frustrate che sentivano il bisogno di far valere il proprio potere sugli studenti perché al di fuori dell’ambito scolastico non veniva riconosciuto loro alcun ruolo di rilievo nella società.

Dopo questa seduta mi sembrava sempre più chiaro che l’ansia e le ossessioni non erano una parte di me.

Persone ed esperienze vissute mi avevano spinta in quella direzione, creandone i presupposti. Il mio conseguente tentativo di difendermi aveva fatto il resto.

[1] Paura diffusissima derivata da teorie ottocentesche purtroppo ancora seguite: che più si va in profondità nel subconscio più si trova della schifezza. Non è assolutamente vero. Più si va in profondità ed in altezza più si trova la luce pura della nostra vera essenza.

[2] Se lo psicoterapeuta si trova in condizione di dover giudicare negativamente una persona valutandola inaccettabile umanamente, questa persona non può essere suo paziente. Noi non dobbiamo essere giudici spesso apodittici e spietati in diagnosi ed interpretazioni, ma accettare e capire umanamente per poter dipanare la costruzione della patologia e guidarne l’eliminazione completa.

[3] Questa valutazione attuata a livello logico-razionale non solo non risolve nulla ma amplifica la sofferenza, innescando un’ulteriore autosvalutazione (come se non bastasse a star male quella primitiva derivata da un’educazione patogenetica) facendo sentire la persona stupida e pazza, concetti da cui scaturisce una nuova fonte d’angoscia.

[4] Le convinzioni profonde negative, che abbiamo di noi stessi e delle nostre possibilità in questo mondo, generano comportamenti (mentali e pratici) che le confermano, innescando una spirale ansiogena senza fine e senza soluzione.

[5] Quanto spesso gli esseri umani usano negativamente, contro se stessi e gli altri, le proprie doti.

[6] Ulteriore elemento che le ha fatto vivere come una sconfitta e un’incapacità quella che oggettivamente per lei (data la mentalità formata) era una grande vittoria.

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