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RiccardoAronediBertolino ANNA Pensieri Ossessivi e Controllo

In seguito, all’età di quasi trent’anni, ho comunque deciso di tentare una psicoterapia come possibilità estrema. Mi sentivo vuota e senza energie, la mia vitalità e il mio entusiasmo si erano spenti quasi completamente, cedendo il posto ad un continuo, esasperato bisogno di controllo sull’ambiente e su tutto quello che succedeva a me o intorno a me. Ad esempio (potrei citare un’infinità di esempi), prima di uscire di casa dovevo controllare e ricontrollare di aver chiuso il gas, dovevo guardare più volte il contenuto della mia borsa per essere sicura di non essermi dimenticata o di non aver perso nulla, dovevo rileggere tante volte le annotazioni sull’agenda per paura di dimenticarmele, quando chiudevo la macchina dovevo tornare indietro per accertarmi di averla chiusa davvero, o di non aver lasciato un vetro abbassato e così via. Naturalmente, più controllavo e più dovevo ricontrollare, perché anche ricontrollando varie volte poteva comunque essermi sfuggito qualcosa, o magari avevo controllato distrattamente, o ancora nell’atto di controllare potevo aver riaperto il gas o la macchina... Confesso che adesso, scrivendo tutto questo, mi viene da sorridere, ma fino a non molto tempo fa assorbiva una parte considerevole delle mie forze e delle mie energie, sottraendo tempo e risorse a quello che era davvero importante e utile. Più esattamente, il tempo che sprecavo al servizio della mia ansia e dei pensieri ossessivi, lo recuperavo privandomi quasi completamente del tempo libero. Anche nei momenti liberi dallo studio o dal lavoro, non riuscivo a rilassarmi e a svuotare la mente da inutili preoccupazioni: il mio pensiero era sempre intrappolato e bloccato da una miriade di paure senza fondamento, spesso legate a fatti irrilevanti e insignificanti, ma di cui dovevo essere assolutamente certa di avere il controllo....

Pensieri ossessivi e “controllo”

 

In seguito, all’età di quasi trent’anni, ho comunque deciso di tentare una psicoterapia come possibilità estrema. Mi sentivo vuota e senza energie, la mia vitalità e il mio entusiasmo si erano spenti quasi completamente, cedendo il posto ad un continuo, esasperato bisogno di controllo sull’ambiente e su tutto quello che succedeva a me o intorno a me. Ad esempio (potrei citare un’infinità di esempi), prima di uscire di casa dovevo controllare e ricontrollare di aver chiuso il gas,

 

dovevo guardare più volte il contenuto della mia borsa per essere sicura di non essermi dimenticata o di non aver perso nulla, dovevo rileggere tante volte le annotazioni sull’agenda per paura di dimenticarmele, quando chiudevo la macchina dovevo tornare indietro per accertarmi di averla chiusa davvero, o di non aver lasciato un vetro abbassato e così via.

 

Naturalmente, più controllavo e più dovevo ricontrollare, perché anche ricontrollando varie volte poteva comunque essermi sfuggito qualcosa, o magari avevo controllato distrattamente, o ancora nell’atto di controllare potevo aver riaperto il gas o la macchina…

Confesso che adesso, scrivendo tutto questo, mi viene da sorridere, [1] ma fino a non molto tempo fa assorbiva una parte considerevole delle mie forze e delle mie energie, sottraendo tempo e risorse a quello che era davvero importante e utile.

 

 

Più esattamente, il tempo che sprecavo al servizio della mia ansia e dei pensieri ossessivi, lo recuperavo privandomi quasi completamente del tempo libero.

Anche nei momenti liberi dallo studio o dal lavoro, non riuscivo a rilassarmi e a svuotare la mente da inutili preoccupazioni: il mio pensiero era sempre intrappolato e bloccato da una miriade di paure senza fondamento, spesso legate a fatti irrilevanti e insignificanti, ma di cui dovevo essere assolutamente certa di avere il controllo.

 

Il fatto che, il più delle volte, questa ansia dilagante fosse associata a timori immotivati, come il verificarsi di circostanze assolutamente improbabili o di fatti che non avrebbero avuto nessuna conseguenza di una qualche importanza per me o per altri, mi creava un’ulteriore paura: quella di perdere di vista le cose davvero importanti. Si creava così una sequenza di ansia - controllo, di nuovo ansia e di nuovo controllo che proseguiva fino all’esaurimento delle mie forze.

 

Se provavo ad oppormi e a resistere al bisogno di controllare, l’ansia, a volte una vera e propria angoscia, prendevano il sopravvento: essere costretta ad accettare nella mia vita la presenza di una parte di ignoto e di indeterminatezza significava per me dover fare un salto nel buio. Pensavo continuamente: “chissà cosa potrebbe succedere se non sto abbastanza attenta a prevenirla?!”.

 

 

Naturalmente mi prefiguravo sempre con l’immaginazione degli scenari catastrofici, con conseguenze gravi e irrimediabili, in una logica implacabile (che in realtà, ora me ne rendo conto, di logico aveva ben poco) secondo la quale ad ogni errore deve seguire necessariamente una punizione: ad esempio, “Se lascio la macchina aperta me la rubano sicuramente”,

 

“Se mi dimentico di fare una certa cosa il giorno seguente al lavoro, verrò licenziata”, “Se dimentico il gas aperto quando esco, la casa potrebbe saltare in aria, a meno che non sia molto fortunata (che non è il mio caso!)”. Razionalmente mi rendevo conto dell’assurdità di queste congetture, ma emotivamente mi condizionavano e non riuscivo a scacciarle dalla mente,

 

anzi, più mi sforzavo di farlo e più diventavano insistenti, alimentando ulteriormente l’ansia da cui scaturivano. Come se non bastasse, a questo si aggiungevano la rabbia per non riuscire ad evitare di cadere in preda di inutili preoccupazioni e un’immagine di me stessa ancora più svalutata del solito, perché mi sentivo molto sciocca e stupida nell’assecondare simili pensieri.

 

Ero convinta di essere una persona particolarmente soggetta a commettere errori, omissioni, dimenticanze e ogni tipo di sciocchezza. Per questo dovevo stare molto più attenta degli altri se volevo evitare tutto questo, e naturalmente dovevo “controllare”, perché era molto improbabile, per una sbadata come me, che non mi sfuggisse proprio niente! Così mi ponevo in uno stato di tensione continua.

 

L’insicurezza mi faceva vedere come insormontabili prove ed ostacoli che erano alla mia portata, a volte precludendomi la possibilità di misurarmi con essi per evitare umiliazioni e sconfitte che mi apparivano inevitabili. Dovevo convivere con una bassa autostima non suscettibile di invalidazioni e smentite ad opera della realtà esterna con cui abbastanza di frequente andava a scontrarsi.

 

Ad esempio, fin dai tempi della scuola media, se prendevo un bel voto attribuivo la causa alla facilità del compito o alla generosità dell’insegnante o alla fortuna, non riconoscendomi mai nessun merito. Non riuscivo ad accettare un complimento di alcun genere, soprattutto quelli sul mio aspetto fisico, dandomi spiegazioni di questo tipo: una persona “innamorata” (non si sa come!), qual è il mio fidanzato,

 

vede la realtà in maniera distorta, oppure posso piacere a qualcuno, pur non essendo comunque un granché, perché i gusti sono soggettivi.

Negli ultimi tempi soffrivo anche di emicrania e d’insonnia. Avevo paura di non dormire. Questa generava ansia, che a sua volta mi teneva sveglia, incrementando ulteriormente l’ansia e così via.

La cosa più grave era il fatto che per me soffrire, stare male era diventata una condizione naturale, assolutamente normale.

 

 Era normale che una persona sfortunata come me stesse male!

Quando decisi, con scarsa convinzione, di intraprendere una psicoterapia, ero arrivata al limite della mia capacità di sopportazione.

Per me si trattava di una sconfitta [2]: da sola non ce l’avevo fatta, mi dovevo arrendere, tentando anche quell’ultima possibilità alla quale per tanti anni avevo sperato di non dover ricorrere.

 

Con questo stato d’animo telefonai al dottor Arone di Bertolino, seguendo il consiglio di una psicologa che avevo precedentemente contattato.

Durante quella prima telefonata spiegai sinteticamente i miei problemi. Non volle che mi dilungassi. Mi chiese l’età. “Una bimba!”, rispose. Poi: “Va bene, basta così, ho bisogno di vederti in faccia”. Così presi un appuntamento, senza stare neanche troppo a chiedermi che cosa fosse l’ipnosi (la psicologa mi aveva detto che Arone utilizza l’ipnosi), anche se, come la maggior parte delle persone, avevo non poche paure e pregiudizi su di essa…..

 

Continua….

 

Troverete l’intervento in 13 Riccardo Arone di Bertolino

[1] Sintomo di una vera e completa guarigione.

[2] Primo concetto da eliminare. Spesso uso come metafora il fatto che se la mia automobile non va bene me ne accorgo ma non so la ragione del malfunzionamento né come ripararlo. E rivolgermi al mio bravissimo meccanico che mi risolve il problema non vuol dire che io sia un cretino costituzionalemente incapace.

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