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RiccardoAronediBertolino ANNA Il Racconto di Anna

Non avevo fiducia nella psicoterapia. Pensavo che la mia unica possibilità fosse sforzarmi di far fronte da sola alle mie difficoltà ricorrendo alla forza di volontà. A volte facevo finta di non vederle, altre volte cercavo in tutti i modi di far sì che non condizionassero troppo la mia vita, evitando per lo meno che avessero conseguenze negative sulle relazioni o sullo studio prima e sul lavoro poi. Studiando psicologia all’università, mi “autodiagnosticai”, facendo riferimento alla classificazione del DSM IV, un disturbo d’ansia di tipo ossessivo-compulsivo....

Il racconto di Anna

Non avevo fiducia nella psicoterapia. Pensavo che la mia unica possibilità fosse sforzarmi di far fronte da sola alle mie difficoltà ricorrendo alla forza di volontà. [1] A volte facevo finta di non vederle, altre volte cercavo in tutti i modi di far sì che non condizionassero troppo la mia vita, evitando per lo meno che avessero conseguenze negative sulle relazioni o sullo studio prima e sul lavoro poi.

Studiando psicologia all’università, mi “autodiagnosticai”, facendo riferimento alla classificazione del DSM IV, un disturbo d’ansia di tipo ossessivo-compulsivo. Almeno sapevo di non essere l’unica a soffrirne, ma non avevo idea di come fosse possibile trattarlo efficacemente con la psicoterapia. Ero molto scettica nei confronti della psicoanalisi, che all’università continuava a venirmi presentata come l’approccio terapeutico dominante, che darebbe risultati più duraturi perché risalirebbe alle cause dei disturbi, ma senza “scavare in profondità” [2] e per diversi anni nella mente, si otterrebbe solo un sollievo parziale e superficiale dai sintomi.

Cosa poi si dovesse fare con queste cause, una volta individuate, al fine di guarire i pazienti, non mi è mai stato chiaro, ammesso che non ci si perdesse prima nei meandri di infinite elucubrazioni psicodinamiche e di ipotesi cervellotiche. Inoltre, secondo gli insegnamenti che ho ricevuto, la psicoterapia sarebbe spesso insufficiente senza un’adeguata integrazione farmacologica, [3] sconfiggere del tutto una “patologia” sarebbe un’impresa eroica, quasi impossibile, come se il disturbo fosse una parte inscindibile della persona che ne soffre, e se anche, quasi miracolosamente, un paziente riuscisse a guarire, bisognerebbe sempre aspettarsi probabili ricadute.

Senza contare che gli psicologi non dovrebbero offrire soluzioni ai problemi dei pazienti, dovrebbero accuratamente evitare di essere emotivamente coinvolti nelle loro problematiche, ma mantenere un atteggiamento distaccato e neutrale, dovrebbero guardarsi bene dal dare consigli e dall’esprimere opinioni personali che possano in qualche modo influenzare il mondo di valori dei pazienti.

Alla fine dell’università non ero affatto sicura di voler fare la psicoterapeuta e tanto meno volevo diventare un “caso clinico” da trattare con la psicoanalisi o con altri asettici sistemi di teorie e tecniche….

Continua….

Troverete l’intervento in 13 Riccardo Arone di Bertolino

[1] La volontà è uno strumento della ragione, come tale non ha nessuna possibilità di influire sull’emotività, anzi ricorrervi aumenta il livello di conflittualità interiore.

[2] Alle profondità ci si può arrivare in un attimo o non arrivare mai. Non è la quantità di ciò che si fa che conta, ma la qualità.

[3] Anche se rare volte all’inizio può essere necessaria (come intervento straordinario e non di prassi), questa deve sempre essere il più leggera e meno duratura possibile. Fra l’altro prescrivendo uno psicofarmaco è come se si confermasse l’incapacità della psicoterapia.

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