
La Depressione “sospesa” tra farmaco e Psicoterapia
Se sono ripiegato su me stesso,
mi avvolgo nella spirale del mio io
Ognuno di noi si nutre di quello che trova dentro di se….

PSICOFARMACI / ALLARME ABUSO Attenti a quelle pillole Ansiolitici senza ricetta. Antidepressivi prescritti senza bisogno. Aziende che nascondono la verità… Un fenomeno pericoloso nel j’accuse di uno scienziato
Dei farmaci che agiscono sulla mente esiste un abuso…. Tutto ciò dimenticando che questi farmaci, come tutti gli altri, danno effetti collaterali (sedazione, sonnolenza, debolezza muscolare) e, soprattutto, inducono una forma di dipendenza particolare: quando si smette il trattamento, infatti, si hanno disturbi peggiori di quelli per cui si è assunto il farmaco ..
Allo stesso modo, gli antidepressivi vengono utilizzati non solo per curare la depressione vera e propria ….ma per alleviare stati che dipendono dalle normali circostanze della vita quali la morte di una persona cara, una malattia, una difficoltà economica, la perdita del lavoro. Circostanze che non richiederebbero una terapia farmacologia ma, piuttosto, un aiuto psicologico e - ancor più fondamentale -
il ricorso alle proprie risorse interiori.
Negli ultimi anni l’abuso di psicofarmaci è aumentato ulteriormente in rapporto con la disponibilità delle molecole di seconda generazione: gli antipsicotici atipici (olanzapina, risperidone, quietapina) e gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (fluoxetina, paroxetina, sertralina, citalopram) noti anche con il nome di Ssri, dotati di attività antidepressiva. ….
In genere con il termine di seconda generazione si intende un concetto migliorativo: più efficace e meno tossico. …..È vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno effetti collaterali .. ma la propaganda non ha mai reso noto, con la stessa forza, che essi causano, per esempio, un aumento di peso corporeo, con conseguente aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete: già dopo pochi anni dall’inizio della terapia si è in grado di stabilire un aumento di intolleranza al glucosio e di propensione al diabete. La propaganda, inoltre, ha convinto i medici che a causa della loro tollerabilità i nuovi farmaci dovevano essere somministrati preferenzialmente rispetto ai classici antipsicotici, soprattutto negli anziani …Ebbene: ricerche più recenti smentiscono tali indicazioni, perché anziani con perdita di memoria accompagnata da disturbi comportamentali trattati con antipsicotici atipici non solo non hanno benefici, ma hanno un aumento di ictus di ben tre volte e della mortalità di due volte rispetto a quelli che non assumono farmaci. Le ditte produttrici sono state obbligate dalle autorità regolatorie a informare i medici, ma l’informazione non è giunta a tutti gli interessati in modo capillare, anche perché i mass media non hanno dato alcun rilievo alla notizia.
Per quanto riguarda gli antidepressivi di seconda generazione, i popolari Ssri, ci sono novità molto interessanti: contrariamente a quanto si è sempre affermato, in una percentuale significativa di casi essi inducono una sintomatologia che può essere anche molto grave quando il trattamento viene interrotto. Per queste molecole - forse un po’ meno per la fluoxetina - la cessazione dell’assunzione deve essere fatta con notevole gradualità, per evitare crisi depressive che possono richiedere la ripresa della terapia…
Infine, ancora più grave è quanto si è scoperto nell’impiego nei bambini e negli adolescenti che soffrono di episodi depressivi… Inoltre negli ultimi mesi si è scoperto che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre quelli con esito negativo non erano resi noti perché, per esempio, come riportato in un memorandum della ditta produttrice della paroxetina, “avrebbero peggiorato il profilo del farmaco”. Al contrario, se si sommano gli studi pubblicati con quelli non pubblicati si ottengono risultati che mostrano non solo l’inefficacia nei bambini,ma addirittura un peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. Ciò vale per la paroxetina, la sertralina, il citalopram e la venlafa. xina…
Perchè ci servono: parla un’illustre medicopillole della felicità, col conseguente afflusso di persone più o meno sofferenti in cerca di sollievo, ha in un qualche modo generato la convinzione che bastasse una pasticca per sconfiggere il mal di vivere. Eppure, per milioni e milioni di persone quelle pasticche sono state l’unica speranza di vedere la luce, sebbene fioca e, magari, sporadica. Tanto che lo stesso David Haley, lo psichiatra americano grande accusatore nella storia del Paxil, non ha difficoltà ad ammettere che gli Ssri hanno un ruolo importante nella cura della depressione e che lui stesso li prescrive con buoni risultati. Eccoci allora a dibattere sulla linea sottile che distingue ‘mal di vivere’ da ‘depressione’, dolore insopportabile da incapacità di trovare un proprio centro…..e di mille altre sottili distinzioni, locuzioni più o meno raffinate per dire, in sintesi, e brutalmente, che i malati non sono tutti uguali. E che, sì, c’è chi sta male sul serio: gente a cui le pillole servono per sopravvivere. Con questa categoria di malati ha a che fare Michele Tansella, docente psichiatra dell’Università di Verona e direttore della rivista ‘Epidemiologia e psichiatria sociale’ (Il pensiero scientifico editore). Che alle nostre domande risponde così
Professor Tansella, inquadriamo il fenomeno abuso.

Quanti sono i depressi in Italia e quanti di loro vengono curati?
“Secondo studi recenti, anche italiani, il 20-25 per cento della popolazione soffre di un disturbo mentale, e almeno il 5-7 per cento deve affrontare un episodio depressivo nell’arco della vita. La depressione, del resto, è stata collocata dall’Oms al quarto posto nella classifica delle cause di disabilità, e secondo molti esperti conquisterà presto posizioni anche più alte. .
Ma l’abuso?
“Bisogna capire bene il fenomeno: i motivi per cui un paziente non riceve la terapia sono molteplici, in parte però dovuti alla preparazione, spesso inadeguata, dei medici che prescrivono. Non a caso gli studi che analizzano l’adesione alla terapia giungono a parlare di un 70 per cento di abbandoni della cura dopo qualche settimana, e questo accade
perché i farmaci vengono spesso dati da soli, senza l’accompagnamento di una psicoterapia o, più semplicemente, senza che il medico ascolti il proprio assistito e gli spieghi con chiarezza efficacia e rischi della terapia. L’altra faccia della medaglia è l’abuso di queste sostanze e la loro prescrizione a soggetti che non ne avrebbero realmente bisogno. ….
Per coloro che ne hanno realmente bisogno, che cosa si può dire della terapia farmacologica? Funziona?
“Gli Ssri, come pure le altre categorie di farmaci antidepressivi, nella maggior parte delle forme più gravi funzionano molto bene, assicurando ai malati un’esistenza migliore, risolvendo a volte in maniera definitiva quelli che sono episodi ma che, se trascurati, possono peggiorare fino a diventare una condizione cronica e a compromettere seriamente la qualità della vita. Ci sono tuttavia elementi importanti che spesso non vengono ricordati. Il primo: non tutti rispondono alla terapia farmacologica, e una piccola percentuale di depressi non trae alcun giovamento da nessuna delle molecole oggi a disposizione. ... Del resto, la terapia farmacologica va sempre accompagnata da interventi di tipo psicoterapeutico che vanno dal semplice ascolto al classico ciclo di sedute, perché da sola non è sufficiente. ..
La parola deve diventare l’espressione di un sentire interiore ed assumere significati che vanno oltre la parola stessa
Cosa pensa delle accuse rivolte a questi farmaci che li imputano di aumentare il rischio di suicidio?
“Gli effetti collaterali classici (disturbi motori, secchezza delle fauci, disfunzioni sessuali, aumento di peso e così via) sono ben conosciuti e, purtroppo, a volte possono compromettere il successo della terapia, soprattutto se il paziente non è stato adeguatamente informato, come dimostra l’alto tasso di abbandoni. …
Per quanto riguarda il suicidio, i dati che sono in nostro possesso non permettono ancora un giudizio definitivo: ciò che non si dice spesso è che esiste un aumento del rischio, ma è che è collegato al fatto che i farmaci funzionano, e non a un loro fallimento“
Come sarebbe a dire: i farmaci funzionano e inducono il suicidio?
“Ogni depresso ha idee suicidarie più o meno spiccate. Finché non si cura, tuttavia, il rallentamento e l’apatia tipiche della sua malattia gli impediscono, nella maggior parte dei casi, di trasformarle in azioni concrete. Lo sblocco causato dai farmaci - di per sé positivo e dimostrazione della loro efficacia - può dargli la forza necessaria. …

Qual è invece il ruolo della psicoterapia?
“Un ruolo centrale, perché nessun intervento farmacologico, di per sé, è sufficiente. Anche il medico di famiglia deve saper ascoltare il proprio assistito, come indicato in modo specifico da precise direttive dell’Oms. Un buon supporto psicoterapeutico migliora in modo sostanziale l’adesione alla terapia medica, e le due cose, insieme, possono davvero garantire una guarigione completa e definitiva”.
FONTE Silvio Garattini da L’ESPRESSO intervista Michele Tansella, docente psichiatra dell’Università di Verona e direttore della rivista ‘Epidemiologia e psichiatria sociale’ (Il pensiero scientifico editore).

gilberto gamberini









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