Violenza Famigliare:….. Il paziente non sincero

il comportamento di lui era sempre violento, mi disse che lei e i bambini avevano paura di lui, e che quando lei lo vedeva alterato dall'alcol, cercava di fuggire da casa, ma il più delle volte lui lo impediva, e allora per timore che, come sempre, qualcosa di brutto accadesse a lei e ai bambini, lei si barricava nella propria stanza, spostando armadi e comò contro la porta, che la divideva da quella esplosione di violenza. Lei non lo aveva mai denunciato perché lui l'aveva minacciata che in tal caso le avrebbe fatto molto... molto male...."Bravo... bravo... lei è veramente bravo, io volevo metterla alla prova, volevo vedere se lei era veramente come gli altri... volevo vedere se anche lei si faceva ingannare come loro... lei mi ha capito... lei ha capito subito... lei ha capito che c'è qualcosa dentro di me che vuole fare del male... un mare che trova delle giustificazioni... ma io so e lei sa che non è così... io sono il diavolo..."....La sua compagna mi telefonò, e con voce concitata, mi urlò al telefono "mi aiuti, cosa devo fare? Sono barricata in camera, lui con una ascia in mano sta tentando di sfondare la porta, i bambini sono terrorizzati e anch'io lo sono. Cosa devo fare?"....

Era un alto funzionario,

preoccupato per la sua carriera e per il suo futuro.

Da alcuni anni viveva con una donna,

madre di due figli, avuti nel precedente matrimonio,

che lui diceva di amare.

Mi disse il suo problema.

“Io mi sento normale, sono normale,

ma quando bevo non sono più me stesso

e compio degli atti di cui mi vergogno.

La prego di aiutarmi”.

Mi spiegò che quando era preda dell’alcol

diventava violento e aggressivo.

Se si trovava in famiglia,

distruggeva la casa e picchiava i suoi famigliari.

Mi aggiunse che beveva perché la sua compagna

e i figli di lei lo stressavano

e non lo rispettavano.

La sua compagna non lo aveva mai denunciato

in relazione alle alte cariche che lui ricopriva,

che avrebbero gettato un’ombra sulla sua carriera

e sul suo avvenire.

Per evitare di essere violento

quando lo afferrava il raptus del bere,

si rifugiava in qualche lontano hotel,

dove si chiudeva dentro ad una camera

con una cassa di superalcolici.

In quelle occasioni beveva

fino a perdere completamente conoscenza,

rischiando il coma etilico.

Non volle assolutamente portarmi la compagna

o far si che io mi mettessi in contatto con lei.

Fu lei, autonomamente, che mi contattò.

Mi raccontò una storia diversa.

Mi disse che comunque il comportamento di lui

era sempre violento,

mi disse che lei e i bambini avevano paura,

e che quando lei lo vedeva alterato dall’alcol,

cercava di fuggire da casa,

ma lui lo impediva,

e allora per timore che, come sempre,

qualcosa di brutto accadesse a lei e ai bambini,

lei si barricava nella propria stanza,

spostando armadi e comò contro la porta.

Lei non lo aveva mai denunciato perché lui l’aveva minacciata

che in tal caso le avrebbe fatto … molto male.

Non mi piaceva quello che avevo saputo,

ed ero deciso a troncare la terapia che avevamo avviato,

perché il paziente deve essere sincero.

Lui ritornò

Mi sventolò sul viso,

con aria di sfida, un foglio….

una carta di dimissione dell’ospedale.

Lui diceva, tronfio di sé.

“Legga… legga cosa c’è scritto!”

Io lessi, lessi la diagnosi

“coma etilico reattivo a situazioni familiari…”

“stupidaggini” dissi “stupidaggini…

io credo, come tutti e due sappiamo,

che lei sia proprio un violento,

che non ama gli altri….

Lei non ha bisogno di motivi per fare quello che fa…

perché tanto lo farebbe comunque.

Io comunque ho deciso di sospendere la nostra terapia

perché lei non è sincero, pazienza che non lo sia con me…

il problema è che non lo è con se stesso.”

Lui ritrasse il foglio,

e mi guardò con un ghigno feroce

“Bravo… bravo… lei è veramente bravo,

io volevo metterla alla prova,

volevo vedere se lei era veramente come gli altri…

volevo vedere se anche lei si faceva ingannare come loro…

lei mi ha capito… lei ha capito subito…

lei ha capito che c’è qualcosa dentro di me

che vuole fare del male…

io sono il diavolo…”

Io ero impreparato a quanto stava accadendo.

” non dubito di quello che lei mi dice,

può essere vero, può essere così,

ed allora devo prepararmi,

attrezzarmi ad affrontare tutto questo…

per intanto la consiglierei vivamente di rivolgersi a un prete,

confessarsi cercare un aiuto spirituale,

oltre quello che posso darle.

Io non voglio lasciarla da solo,

non voglio lavarmi le mani del suo problema.

Oggi è stato finalmente sincero, e di questo le do atto.

Le chiedo solo una settimana di riflessione.

Una settimana di riflessione per entrambi.

In questa settimana, se lo vorrà,

lei consulterà un prete per un aiuto spirituale

ma, nel contempo, deve promettermi

di non fare del male alla sua famiglia.

Le chiedo solo questo.

Se se la sente allora faccia questa promessa.”

Lui promise.

Passarono solo due giorni.

La sua compagna mi telefonò, e con voce concitata,

mi urlò al telefono

“mi aiuti, cosa devo fare? Sono barricata in camera,

lui con una ascia in mano sta tentando di sfondare la porta,

i bambini sono terrorizzati e anch’io lo sono. Cosa devo fare?”

Tentai un ultimo approccio.

Le dissi di dire a lui , al di là della porta,

che ero telefono e che se voleva,

poteva sollevare la cornetta nell’altra stanza e parlarmi.

Lui rise, di un riso crudele e ancora più infuriato,

contunuò a demolire la porta.

Allora le dissi di chiamare i carabinieri.

I carabinieri lo arrestarono.

Successivamente fu trasferito in un altro luogo

e destinato a mansioni diverse.

Non potei mai conoscere i motivi della sua violenza,

che l’alcool acuiva in modo drammatico, e neppure

approffondire questo suo essere “diabolico“.

La sua compagna ricostruì pazientemente la sua vita

e quella dei suoi figli.

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

foto riprodotte a fini didattico esplicativi

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Pubblicato il 29 aprile 2005 in: Psicoterapia POSSESSIONE Fobie

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