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Thomas: Il tic La comunicazione, il linguaggio e la scuola

Thomas soffriva di un fastidiosissimo tic oculare che si accentuava nelle ore di lezione. La situazione familiare era apparentemente tranquilla, anzi il rapporto con genitori sembrava sereno. Il problema era a scuola, dove il tic oculare si accentuava enormemente, tanto da creargli delle difficoltà visive che a volte gli impedivano di seguire le lezioni. In realtà il bambino aveva dei seri problemi d’integrazione scolastica; era distratto, disattento, svogliato, ribelle, con dei grossi problemi di comunicazione verbale con i compagni di scuola e con l’insegnante, perché a casa, con i genitori, parlava unicamente il dialetto....Ora pensiamo a quei crampi...che invece di venirti nel polpaccio...per errore...ti vengono nei muscoli vicino agli occhi...È un errore...che possiamo correggere, come se fosse un errore scritto sulla lavagna...tu hai una forte volontà...una volontà più forte della mia...Molto bene...Ora... come se i tuoi piccoli muscoli fossero tanti piccoli pezzi di un puzzle...uniscili...incastrali uno accanto all'altro...e tutta la tua faccia...ed anche i tuoi occhi...si sciolgono...si rilassano completamente...Thomas aveva i muscoli del viso completamente rilassati. In quel momento non era visibile alcun tic. Thomas si alzò dal lettino ed in dialetto mi disse una cosa che esprimeva stima e profonda identità di vedute, e poi me la ripeté in italiano....Se si vuole ottenere qualche cosa da qualcuno, bisogna stimolarlo positivamente. I messaggi positivi vibrano alla stessa frequenza dell’inconscio e quindi sono in grado d’influenzarlo. Messaggio positivo non vuol dire solo vedere un bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto -o credere che nella vita è molto meglio stare comodi che scomodi- ma vuol dire anche valorizzare quello che siamo e quello che possiamo fare con le risorse di cui disponiamo. Per instaurare una comunicazione con una persona, è necessario parlare il suo linguaggio e ricalcare esperienze che lui conosce. ...Thomas ora è adulto, continua ad avere i suoi tic che si acuiscono nei momenti di tensione, continua a fare uso di farmaci, e continua ad avere forti problemi comportamentali e di socializzazione. Thomas ha interrotto la scuola e fa lavori saltuari. Thomas soffre di obesità, anche per conseguenza dell’uso degli antidepressivi. Il suo corpo è come staccato dalla mente, non la segue, non riesce a controllare il cibo e la assunzione di alcolici, è psicologicamente rallentato ...Il farmaco non muta la concezione di se ma la lascia li, latente, e seda solo la fenomenologia esteriore.....

Thomas soffriva di un fastidiosissimo tic oculare che si accentuava nelle ore di lezione.

La situazione familiare era apparentemente tranquilla, anzi il rapporto con genitori sembrava sereno.

Il problema era a scuola, dove il tic oculare si accentuava enormemente, tanto da creargli delle difficoltà visive che a volte gli impedivano di seguire le lezioni.

In realtà il bambino aveva dei seri problemi d’integrazione scolastica; era distratto, disattento, svogliato, ribelle, con dei grossi problemi di comunicazione verbale con i compagni di scuola e con l’insegnante, perché a casa, con i genitori, parlava unicamente il dialetto.

Lo aveva imparato dalla nonna con la quale passava gran parte della giornata, poiché ambedue i genitori lavoravano.

A scuola non dimostrava alcun interesse per la lingua italiana, sembrava che non avesse alcuna intenzione di impararla, tanto è vero che, imperterrito, continuava a parlare il suo dialetto.

Anzi, quando l’insegnante si rivolgeva a lui in italiano, lui non capiva o faceva finta di non capire.

L’insegnante si irritava molto per questo comportamento e si irritava ancora di più quando lui rispondeva in dialetto.

L’insegnante decise che il bambino aveva bisogno dello psichiatra e convocò i genitori a tal riguardo.

I genitori, prima di rivolgersi allo psichiatra, vennero da me.

Dopo avermi spiegato le cose, mi lasciarono da solo col bambino.

 

Io parlai a Thomas direttamente in dialetto.

Ci demmo subito del tu.

Dopo cinque minuti ci chiamammo direttamente per nome.

Gli chiesi se voleva provare a togliere quel tic.

Lui mi disse che si poteva fare.

Lo misi disteso sul lettino.

Gli spiegai che in quella posizione era per me molto più comodo potergli toccare tutti i singoli muscoli del viso, in special modo quelli che erano legati al movimento degli occhi. Gli chiesi se non avesse mai avuto un crampo al polpaccio andando in bicicletta, camminando oppure nuotando.

 

Mi rispose che lo aveva avuto una volta, durante la notte, ma che la mamma era arrivata subito a massaggiarlo e a tranquillizzarlo.

 

Gli dissi: “Bene! Anche la mia mamma faceva così con me, quando ero piccolo.

Se vuoi…possiamo provare a massaggiare il muscoli del viso che hanno il crampo…Tutto passa quando arriva la mamma…”

 

Lui mi guardò, dicendomi cosa cavolo c’entrava tutto questo col tic.

In realtà, voleva dirmi che non stava capendo.

 

Cambiai discorso.

Gli chiesi se andava d’accordo con le insegnanti.

 

Lui mi rispose che una sua maestra era stupida.

 

Io rallentai il ritmo delle mie parole ed iniziai a parlargli durante le sue ispirazioni dicendogli:

“Sai…gli adulti non funzionano così bene come i bambini,  perché hanno un sacco di pensieri e di problemi…”

Lui sembrava interessato.

Mi chiese il tipo di problemi che potevano avere gli adulti.

Io dissi:

“Tanti problemi…A volte…gli adulti non si rendono neppure conto di averli…Gli adulti sono un po’ strani…Vedo che sei d’accordo, perché stai annuendo con la testa… A volte sono nervosi per qualche cosa…”

 

Lui mi interruppe, dicendo che anche i suoi genitori a volte erano nervosi.

In genere erano nervosi quando erano stanchi.

Lui capiva quando lo erano perché quando giocavano con lui si stufavano subito.

 

Io ripresi:

“Anche una maestra può essere nervosa…magari è solo stanca…Bisogna avere pazienza con gli adulti…A volte…quando gli adulti sono nervosi se la prendono con i più piccoli…”

 

> mi disse lui >.

 

” No…no…“ risposi “gli adulti hanno solo…delle cattive abitudini…e non si divertono come noi…”

 

Lui mi chiese con che cosa mi piacesse giocare.

 

Gli dissi che era un bel po’ di tempo che non giocavo ma che una volta mi piacevano molto i trenini elettrici. Però potevo giocare solo con quello che avevo, qualche soldatino oppure con la vecchia bambola di mia madre. In ogni caso le storie che inventavo, insieme a mia cugina, erano ugualmente molto belle.

 

Thomas mi disse che anche lui giocava con la sua cuginetta, poi mi chiese come mai parlavo così male il dialetto.

 

Gli risposi:

 ”Sai, io non sono nato qui. Anche i miei genitori vengono da un’altra regione. Fino a 25 anni ho sempre parlato solo l’italiano. Poi appena laureato, andai in un paese in cui parlavano solo in dialetto. Loro erano in tanti ed io ero solo. Sarebbe stato molto difficile insegnare l’italiano tutti. Era molto più facile che imparassi io il dialetto. Sai…c’è un modo di dire… che dice…se la montagna non va a Maometto…Maometto va alla montagna…Lo capisci…? Se io aspetto che una montagna mi venga incontro…penso proprio che potrei aspettare per tutta la vita…L’unico modo è questo: devo andarci io…E così ho fatto…Volevo chiederti una cosa… Qual è il tuo eroe preferito…? Il mio era Superman…Io leggevo i fumetti…Tu avrai visto il film, vero…? Ricordi…aveva due identità…Da una parte era il giornalista Clarck Kent, così timido ed impacciato…dall’altra era Superman…un super eroe, con super poteri…Poteva parlare un sacco di lingue…Poteva parlare l’inglese, perché nella sua città, a Metropolis, si parlava l’inglese…Così poteva capire la gente e farsi capire…Superman sapeva parlare un sacco di lingue e di dialetti, così si faceva capire da tutti…Superman parlava anche il kriptoniano…Sarebbe bello che tu imparassi l’italiano… e sarebbe ugualmente bello che la tua maestra imparasse il dialetto…A te l’ho detto oggi… a lei posso dirlo domani…Decidi tu… se devo dirglielo oggi oppure domani…Pensa che figuraccia le farai fare… perché sono convintissimo che lei il dialetto lo imparerà malissimo…Sarebbe bello prenderla in giro per tutti i suoi errori…e magari darle anche un brutto voto…Così impara! Ora pensiamo a quei crampi…che invece di venirti nel polpaccio…per errore…ti vengono nei muscoli vicino agli occhi…È un errore…che possiamo correggere, come se fosse un errore scritto sulla lavagna…Mi viene in mente un vecchio film che ho visto alla televisione…Un sottomarino veniva miniaturizzato, cioè fatto diventare piccolo-piccolo…Anche gli scienziati, che dovevano guidarlo, venivano rimpiccioliti…Il sottomarino, diventato piccolo come un granello di polvere…veniva messo su una goccia di sangue e poi aspirato da una siringa…quindi iniettato in una vena di una persona malata, che solo così poteva essere salvata…Il sottomarino percorreva i canali del sangue come fossero oceani…e poi arrivava dove doveva arrivare…Dove c’era un muscolo, che aveva un crampo mai visto prima…e gli omini uscivano dal sottomarino indossando i loro scafandri e si mettevano a fare il solletico a quel muscolo…e così il crampo spariva…”

 

Thomas mi interruppe, dicendo che quel film l’aveva visto anche lui, e le cose che dicevo sul solletico erano delle gran balle, perché quello scienziato aveva tutt’altra malattia! In ogni modo, quello che avevo detto lo divertiva perché sorrideva.

 

Gli dissi:

 ”Hai perfettamente ragione…ma…io cercavo un qualche cosa che ci aiutasse dal di dentro…Il sottomarino faceva parte di un film…ma ci sono dentro di noi delle cose che ci possono aiutare…Hai visto le videocassette sul corpo umano?…Tutti quegli omini rossi, tutti quegli omini bianchi…che lavorano dentro i canali del sangue…e che lo difendono da tutti i nemici… Tutta quella gente li…se si mette a lavorare sul serio…può sciogliere almeno 100 crampi, in un’ora sola di lavoro…In fondo…un crampo .è come un gomitolo di lana aggrovigliato dal gatto…Basta avere un po’ di pazienza…e si riesce a dipanarlo, cioè a rimetterlo a posto…Proviamo a lavorare un po’ sui tuoi 100 piccoli crampi…Noi lavoriamo dal di fuori…mentre i tuoi omini rossi e i tuoi omini bianchi, cioè, come hai visto nelle videocassette, le cellule del tuo sangue…possono lavorare dal di dentro in tante maniere…Magari massaggiando dall’interno…oppure tirando e stirando… oppure facendo arrivare tanto sangue…che, come un torrente in piena, scioglie anche la roccia più dura…Che cosa vuoi che sia un crampo a confronto…! Non posso lasciar fare tutto ai tuoi omini…Ora… ti tocco…quel piccolo muscolino…lì sopra l’occhio…Lo senti? Bene…! Ora ti tocco…quell’altro muscolino…là sotto l’occhio…poi quell’altro a fianco…quell’altro un po’ più in là…quello più su…e poi quello più giù…Scusa…stavo dimenticando…quello in mezzo ai primi due…oppure… era fra il quarto e il quinto?… Dai…facciamo un gioco…Facciamo uno scherzo a tutti quegli omini rossi e bianchi che stanno lavorando come dei dannati…Loro sciolgono i muscoli…ed invece noi facciamo all’incontrario…

 

Tutti i muscoli che ho toccato…li facciamo diventare duri…duri…Non ci riesci!… Non ci riesci a…” Vedevo in Thomas dei segni d’evidente sofferenza. Ed allora ripresi: “Bene, allora, se hai scelto di fare un’altra cosa…allora falla…allora lasciali andare…scioglili… rilassali tutti… Bravo…Thomas… tu hai una forte volontàuna volontà più forte della mia…Molto bene…Ora… come se i tuoi piccoli muscoli fossero tanti piccoli pezzi di un puzzle…uniscili…incastrali uno accanto all’altro…e tutta la tua faccia…ed anche i tuoi occhi…si sciolgono…si rilassano completamente…Molto bene Thomas…Sei stato bravissimo…A proposito…ti ricordi di Tex Willer…Lui col figlio Kit e con l’amico Kit Carson…parlava l’inglese…ma…con Tiger Jack, il suo amico indiano…parlava il dialetto dei Navajos… Molto bene… Thomas Willer… vorrei, se lo vuoi, che, alzandoti dal lettino, tu potessi salutarmi…oppure dirmi quello che ti passa nella testa nella lingua dei Navajos. Perdonami, dimenticavo che non la conosci ancora…Bene, allora, dimmelo in lingua italiana.”

 

 

Thomas aveva i muscoli del viso completamente rilassati. In quel momento non era visibile alcun tic. Thomas si alzò dal lettino ed in dialetto mi disse una cosa che esprimeva stima e profonda identità di vedute, e poi me la ripeté in italiano.

Quella fu la prima e l’unica volta che vidi Thomas. Peccato per l’amicizia che stava nascendo. Nei giorni a venire i tic ricomparvero, com’era naturale che fosse dopo una sola seduta, permanendo i motivi di tensione e di disturbo. Ma non fu quello il motivo per cui Thomas non tornò. La maestra quando seppe che i genitori mi avevano portato il bambino, s’irritò dicendo che quello che facevo erano delle stupidaggini e che Thomas aveva bisogno di uno psichiatra. La maestra tanto fece che alla fine la spuntò.

 

Thomas iniziò una lunga terapia farmacologica che in vero gli ridusse l’entità del tic, ma gli portò tutta una serie di disturbi collaterali, lasciando pressoché inalterati i disturbi dell’apprendimento scolastico, le difficoltà a socializzare ed a comunicare. Questa situazione irrisolta va avanti da cinque anni.

 

 

 

Al di là degli sviluppi delle cose che purtroppo non dipendono sempre da noi, potremmo valutare le modalità di questa induzione d’ipnosi. In questa induzione vi erano due direzioni di lavoro: una richiesta da Thomas, quella di risolvere il suo fastidioso tic; l’altra era quella di ridurre la tensione che si era creata con quella particolare insegnante e migliorare la sua socializzazione imparando anche l’italiano. Non ho fatto interpretazioni, non ho unito le due cose ma le ho lasciate correre separatamente, convinto che comunque il miglioramento dell’una avrebbe inciso positivamente sull’altra.

Con tutte le persone è opportuno calarsi nel loro ambiente e parlare il loro stesso linguaggio. Dire: “Diamo un brutto voto (alla maestra) così impara” esprime anche nel modo verbale quello che veramente poteva pensare e dire un bambino. La frase: “Decidi tu, se devo dirglielo (alla maestra)… oggi o domani” è una falsa alternativa che dà quasi per scontata la prima parte della comunicazione, cioè che, comunque, Thomas poteva imparare l’italiano. Questo tipo di comunicazione (cui rimando per maggiori dettagli al capitolo precedente) è chiamato doppio legame. È necessario, quando si propone un’alternativa, dare sempre delle possibili e reali soluzioni al problema. È per questo motivo che ho detto: “I crampi al viso sono un errore.” Usando il termine errore, si dà già implicitamente la possibilità di correggerlo. È opportuno altresì dare sempre più soluzioni possibili, cosicché la persona può scegliere la soluzione più comoda. Nella possibilità di guardare in ogni direzione si trovano soluzioni apparentemente insospettabili ed inconsuete; potenzialità come quel: “Cercare un qualcosa che ci aiuti dal di dentro, come i globuli rossi e bianchi. ” Quando invito Thomas a fare diventare più duri i suoi muscoli già contratti per il tic, sto prescrivendo il sintomo, anzi sto amplificando quello che lui sta già facendo. In tale situazione Thomas ha due alternative: quella di obbedire alla prescrizione, cioè contrarre ancora di più i suoi muscoli ed in questo caso non ci riesce, oppure rilassarli. Thomas ha deciso di rilassarli: era quello che tutti e due volevamo. Thomas viene lodato affinché aumenti la fiducia in se stesso, per esempio con quel: “Molto bene…bravo…tu hai una volontà più forte della mia…” Se si vuole ottenere qualche cosa da qualcuno, bisogna stimolarlo positivamente. I messaggi positivi vibrano alla stessa frequenza dell’inconscio e quindi sono in grado d’influenzarlo. Messaggio positivo non vuol dire solo vedere un bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto -o credere che nella vita è molto meglio stare comodi che scomodi- ma vuol dire anche valorizzare quello che siamo e quello che possiamo fare con le risorse di cui disponiamo. Per instaurare una comunicazione con una persona, è necessario parlare il suo linguaggio e ricalcare esperienze che lui conosce. L’esperienza dei fumetti, delle videocassette e del puzzle, comune alla maggioranza dei bambini, può fornire delle opportunità per fare terapia, estrapolando delle storie e creando delle metafore che possono servire per affrontare il problema da punti di vista diversi e maggiormente coinvolgenti. Thomas ha accettato di essere ribattezzato col nuovo nome di Thomas Willer. Accettando il nuovo nome ed il ruolo che quel nome comportava, poteva accettare anche quelle cose che Willer faceva, cioè parlare sia la lingua degli uomini bianchi che quella degli uomini rossi. Thomas Willer aveva maggiori opportunità di comunicazione e quindi anche di divertimento parlando sia l’italiano sia il dialetto e, chissà, magari in futuro, anche il kriptoniano come Superman. L’invito fatto a Thomas al termine della seduta di salutarmi oppure di dirmi quello che gli veniva in mente in quel momento, è un’altra illusione di alternative che viene posta nella prima parte del messaggio, mentre do per scontato che qualunque cosa dirà, la dirà in italiano. Thomas ha scelto il giusto mezzo: infatti, mi ha risposto metà in italiano e metà in dialetto… proprio come poteva e doveva fare Thomas Willer!

 

Tutti i diritti riservati al Gruppo Giunti Firenze maggio 2002 dal libro Ipnosi: dilatare la mente per conoscere e trasformare la realtà di Gilberto Gamberini

In 4 Psiche Scuola

 

Nota dell’autore

 

Thomas ora è adulto, continua ad avere i suoi tic che si acuiscono nei momenti di tensione, continua a fare uso di farmaci, e continua ad avere forti problemi comportamentali e di socializzazione.

Thomas ha interrotto la scuola e fa lavori saltuari.

Thomas soffre di obesità, anche per conseguenza dell’uso degli antidepressivi.

Il suo corpo è come staccato dalla mente, non la segue, non riesce a controllare il cibo e la assunzione di alcolici, è psicologicamente rallentato e presenta tratti di violenza.

 

Il farmaco non muta la concezione di se ma la lascia li, latente, e seda solo la fenomenologia esteriore.

 

 

 

 

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