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Giochi di morte a Parigi Il Vuoto e il non essere di 4 ragazze

Il nulla, non quello teorizzato dai filosofi, ma peggio: il nulla in testa, e nelle mani, annichilente, vuoto. "Non volevamo, non immaginavamo" diranno anche le quattro di l'Hay-les-Roses, come i nostri ragazzi dei cavalcavia. Figure anch'esse di un fantasma d'Occidente, il niente intorpidito nell'anima, eredità di mancata memoria, di non tramandati voglia e senso del vivere verso un destino in cui spendere, dei propri diciott'anni, la speranza e la fatica....La filtrano dentro di loro, nel profondo di un io, prigioniero della propria solitudine, del non darsi per paura di dare. Ed in ultima analisi nel mai poter ricevere. Un io che sa solo prendere e pretendere, in cui l’altro è solo un oggetto per la realizzazione delle proprie pulsioni. Non c’è nulla di diverso in questo dai modelli che la società propone e che le loro stesse famiglie ripropongono a cascata. Solo che qui tutto è esasperato, enfatizzato, teatralizzato in una recita che non termina mai perdendo la cognizione e la distinzione del vero e del falso. Anche in questo vi è una globalizzazione che non conosce confini: un mondo divenuto un grande videogame, un gioco, il gioco della fine dell’essere umano in quanto umano, sempre più solo essere annullato dal suo non essere.

Fonte Avvenire

…. Semplicemente, per gioco. Per il gioco del sabato notte - ovunque in Occidente, la notte della trasgressione rituale - di quattro ragazze. Quattro adolescenti come tante altre in quella banlieu parigina ordinata, con gli asili e i parchi gioco, e chiese di cemento, e moschee, dove chi vuole nel giorno prefissato prega il suo Dio, e chi non vuole santifica la festa negli ipermercati, nuovi templi, riempiendo di prodotti scontati enormi carrelli della spesa.
Quattro ragazze come tante, ora le chiameranno forse “bad girls”, come le coetanee dei “bronx” inglesi aggregate in piccole gang per piccole violente rapine, il rossetto viola in una tasca e un coltello nell’altra. Le chiameranno bad girls, ma è probabile che fino a ieri fossero proprio come molte altre a l’H ay-les-Roses o in un’altra delle periferie di Parigi, o Londra, oppure Berlino, si somigliano tanto, nei sobborghi d’Occidente, quei ragazzi che il giorno dopo sono dei criminali. E che, richiesti del perché - perché quel masso gettato su un’autostrada, quello schianto mortale provocato viaggiando contromano nella notte - rispondono storditi, come uscendo da un sogno insensato: “Perché? Non sappiamo. Era un gioco”.
Un gioco, o la ripicca in una lite da poco, o la sfida a mostrarsi più audaci. Chi ha più coraggio? Quello che scaraventa il sasso oltre il parapetto, sulle auto veloci. Quello che, nell’androne ormai silenzioso di un palazzo, appicca le fiamme alle caselle della posta, e tra le risa degli altri come incantato resta immobile a guardare le fiamme che si alzano. Si alzano, è strano, a una velocità sorprendente, e spaventevole, fugge la banda, essa stessa sgomenta dalla fame ingorda del fuoco.
“Era un gioco”, solo un gioco in un sabato notte di noia. Non c’era un fine, un intento, neppure abiettamente razzista. In testa a quelle quattro, il puro nulla. O forse, nessun motivo per “non” fare del male così stupidamente atroce. Nelle coscienze abbandonate da ogni senso, solo la breve eccitazione di una trasgressione di gruppo, a rischiarare con una fiammata una nottata sbiadita. Il nulla, non quello teorizzato dai filosofi, ma peggio: il nulla in testa, e nelle mani, annichilente, vuoto. “Non volevamo, non immaginavamo” diranno anche le quattro di l’Hay-les-Roses, come i nostri ragazzi dei cavalcavia. Figure anch’esse di un fantasma d’Occidente, il niente intorpidito nell’anima, eredità di mancata memoria, di non tramandati voglia e senso del vivere verso un destino in cui spendere, dei propri diciott’anni, la speranza e la fatica.

In tale contesto mentale sostanze e sballi minimali possono essere dirompenti, perché scatenano reazioni abnormi.

Non è solo l’entità dello sballo, dello stimolante assunto, o del modello proposto dalla società, dalle famiglie e dai media ma l’impatto che questa serie di concause consce o inconsce subliminali hanno sulla psiche di giovani che non posseggono una discriminazione tra il male e il bene, tra il pericoloso e non, tra il praticabile e l’impraticabile.

I giovani ritengono, e non sempre a torto, che il mondo degli adulti sia solo falsità ed inganno ed allora la bellezza e la verità la cercano, nell’incomprensibile e nell’ignoto.

La filtrano dentro di loro, nel profondo di un io, prigioniero della propria solitudine, del non darsi per paura di dare. Ed in ultima analisi nel mai poter ricevere. Un io che sa solo prendere e pretendere, in cui l’altro è solo un oggetto per la realizzazione delle proprie pulsioni.

Non c’è nulla di diverso in questo dai modelli che la società propone e che le loro stesse famiglie ripropongono a cascata.

Solo che qui tutto è esasperato, enfatizzato, teatralizzato in una recita che non termina mai perdendo la cognizione e la distinzione del vero e del falso.

Anche in questo vi è una globalizzazione che non conosce confini: un mondo divenuto un grande videogame, un gioco, il gioco della fine dell’essere umano in quanto umano, sempre più solo,

essere annullato dal suo non essere.

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

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