
“Un viaggio a ritroso dentro la follia: l’ospedale della Salpêtrière, fondato dal re Sole, con la rivoluzione francese si trasformò nella Maison des fous, la Casa dei folli
Fonte AVVENIRE Marina Corradi Parigi
Viaggio a ritroso, dentro la follia. La Salpetrière è stato il primo manicomio d’Europa. Fondato nel 1656 come Ospedale Generale dal Re Sole, nel 1792, nel furore della Rivoluzione, diventa la «Maison des fous» di Parigi. La Rivoluzione promuove i folli a “citoyens”. Li sottrae alla carità delle confraternite cristiane e li affida per la prima volta alla scienza: Philippe Pinel, alla Salpetrière, è il padre della psichiatria occidentale.
In una mattina autunnale il professor Vittorino Andreoli ci conduce in questo antico tempio della follia. Ha appena pubblicato, per Rizzoli, I miei matti. È tempo, per il professore, di bilanci, e non solo personali. Indica il monumento a Pinel, entra in queste vetuste mura corrose dal tempo. Le folli, poiché la Salpetrière era manicomio femminile, accedevano attraverso la chiesa, un edificio a struttura di doppia croce latina, buio alveare di cappelle ottagonali dalle pareti totalmente spoglie. La Rivoluzione? Domandi, l’iconoclastia annichilente degli anni del Terrore ha cancellato gli affreschi originari? No, risponde Andreoli, non c’erano affreschi nella cappella delle pazze, ma solo muri grigi, giacché non si era mai stati certi che possedessero un’anima, e che dunque avesse un senso sollecitarle con delle immagini sacre.
Immaginatevi, dunque, esorta Andreoli, questo luogo nel buio delle notti senza luce elettrica, al freddo, e affollatissimo, anche tremila malate miserabili chiuse qui dentro. Proviamo: al lume di qualche candela un’umanità abbandonata e delirante, urla, minacce, pianti. Chierici che, nel dubbio che quell’anima ci fosse, facevano recitare il rosario. Talvolta, nella massa disperata, grida più acute: doglie di un parto, e un altro ultimo al mondo. Qui irrompe la scienza di Pinel. Che intuisce la “terapia morale”, e vuole spezzare i lacci, e le catene delle più furiose. Convinto che i pazzi siano così cattivi, perché sono legati. Ma che pratica i rimedi che può: docce fredde o bollenti, fustigazioni, therapie de la mort: accessi di febbri altissime, perché il daimon della follia se ne fugga.
Preistoria, cupi albori della scienza? Mica tanto. Andreoli racconta che, studente nel 1959, fece in tempo a vedere i bagni nell’acqua ghiacciata, la malarioterapia, le sanguisughe applicate sui genitali. E quel reparto “quinto donne”, odore di feci e di urina, violenza e abbandono, umanità degradata allo stato bestiale, prima che gli psicofarmaci come una benedizione nei primi anni ’60 arrivassero in corsia. Cloropremazina e le altre ancora rozze molecole, la sedazione dei deliri più violenti, la vera grande rivoluzione della follia.
Ma è tempo di bilanci, qui a Parigi, alla Salpetrière, per il professore: «Ripenso ai miei 40 anni di lavoro con angoscia. Come abbiamo fatto, e parlo anche di luminari, e spesso di grandi cristiani, come Carniello, Morselli, Trabucchi, a non vedere questi inferni. A non vedere l’essenziale: che la follia è dolore, il dolore più radicale e incomunicabile. A non sentire l’odore del “quinto donne”. A considerare quei malati come “altri” da noi».
Vi aveva dato una mano, si potrebbe rispondere, Lombroso, con la sua teoria del folle come fisicamente degenerato. Tarato. Irredimibile. Terzo, quarto, quinto donne, categorie oggettive, finché morte non sopravvenisse.
Ma, prosegue Andreoli, arriva la legge Basaglia. Postula che il folle non esiste, la pericolosità nemmeno, che la follia è prodotto sociale. Chiudere i manicomi, dunque, tutti a casa. Della Basaglia il professore è stato un rigoroso esecutore. Forse in poche città come a Verona, la legge è stata applicata. Nel libro scrive: «Sono convinto che il manicomio non serve, e che il territorio può essere un modo di gestire la psichiatria». E tuttavia, nel 1999, un pomeriggio di maggio, all’improv-viso Andreoli si dimette dal suo incarico pubblico. «Come psichiatra ero morto. Come si fa ad accettare di essere uno psichiatra con la consapevolezza di non potere curare una parte della follia? La pericolo sità, che esiste nel 5% dei casi, dalla legge 180 è negata. Quanti che avevano il diritto di essere curati sono diventati criminali? Mi veniva imposto di mandare per strada dieci potenziali killer.

Le case in cui vivevano, erano piene di bambini. Morire come psichiatra, è stata la condizione perché potessi rimanere un uomo».
E ora, professore? «Ora soffro della sindrome del veterano che ha tenuto il moschetto sulle spalle da sempre: a cosa volete che pensi adesso che non sono più in trincea? Vorrei una terza psichiatria, dopo Lombroso, dopo Basaglia. Dimentichiamo l’ideologia di matrice marxista che nega la follia: ripartiamo dalla concretezza dell’osservazione clinica. Bastano modeste modifiche, nessuno vuole i manicomi. Un letto ogni 20 mila persone, degenze di sei mesi, per poter curare i casi più difficili. Quindici giorni sono una degenza ridicola per la follia pericolosa. Possibilità di ricovero rapido per le manifestazioni acute, a fronte del calvario burocratico di oggi. Mettiamoci alle spalle l’ideologia che nega l’evidenza della malattia mentale. Ricominciamo, semplicemente, dalla concretezza della realtà».
E a Charenton, il primo istituto in Europa costruito per custodire i folli, tuttora in funzione – immensi spazi sul Bois di Vincennes, ampi locali ciascuno con il suo giardino, malati che camminano fra i viali, salutano, chiedono una sigaretta – Andreoli, come fra sé: «Eccoli, qui sono protetti, non abbandonati come vagabondi. Curati, trattati da uomini. Davvero sono più liberi abbandonati a sé stessi, la loro malattia negata?».
Foto riprodotte a fini didattico esplicativi

gilberto gamberini









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