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Non c'è futuro senza il rispetto e l'insegnamento della memoria

cancellarli del tutto, è come cancellarli una seconda volta. Cancellati dalla morte ed ora cancellati nel ricordo della vita, di chi resta. Credo che i militari di Nassiria avessero idee diverse, ognuno le proprie idee, molti certamente anche le stesse del sindaco. Ma la morte li ha accomunati tutti. Erano la perché militari, perché comandati ad un lavoro che hanno svolto con pietas ed umanità. Come lo hanno svolto nel Libano, Kossovo, a Saraievo, nei Balcani, a Timor, in Africa, in Asia e in mille altri luoghi….facendo il loro dovere e impedendo abusi e carneficine. Ma facendolo col modello italiano che negli ultimi 50 anni non ha aggredito nessuno ma è stato apprezzato dagli uni e dagli altri. Visto che continuamente la società civile segue i modelli altrui e d’oltre oceano, che in fondo disprezza, dovremmo essere fieri del modello del soldato italiano che abbiamo esportato. Disperati? Disperato non è peculiare di chi fa il militare, disperato lo può essere chiunque….anche un cameriere, un meccanico, un medico, un sindaco. Quanti nella vita sognano l’infinito e si devono accontentare di quello che possono trovare? E’ una colpa questa? Io credo che chi è andato la ci sia andato per tante ragioni, ideali, economiche, di dovere, e più probabilmente come insegna il funzionamento della psiche umana per tutte queste ragioni insieme e per altre ancora.. Le lacrime di chi resta sono le stesse e la morte le accomuna e le sublima tutte. Per amare la vita e credere nella bellezza della vita e del dialogo tra i popoli bisogna per prima cosa rispettare la morte…specie di chi ti muore accanto ed è della tua stessa terra. Non c'è il futuro senza il rispetto e l'insegnamento della memoria.

Arafat eroe,non morti a Nassiriya”
Sindaco cancella targa a caduti
Avrebbe dovuto chiamarsi “Via martiri di Nassiriya”. Invece il suo nuovo nome sarà “Via Yasser Arafat”. E’ successo a Marano, nel napoletano, dove il sindaco dei Comunisti italiani Mauro Bertini ha deciso di cancellare l’ordinanza prefettizia che intitolava una via in onore dei morti nell’attentato del 12 novembre 2003. Al suo posto Bertini ha deciso di intitolare la via ad Arafat. “Non esistono morti a pagamento” ha detto il sindaco.

A Marano, centro a pochi chilometri di Napoli, quindi, c’è adesso via Yasser Arafat, dedicata allo scomparso leader palestinese, premio Nobel per la pace. Non è più prevista, invece, una strada intitolata ai “martiri di Nassiriya”. L’intitolazione era stata stabilita da delibera del commissario prefettizio che aveva preceduto il sindaco appena tornato alla sua carica dopo che il consiglio comunale era stato sciolto per sospette infiltrazioni camorristiche, Mauro Bertini, del Pdci. Quell’atto è stato annullato, come tutti gli altri provvedimenti adottati dal commissario. “Sono vittime che meritano rispetto e solidarietà - dice Bertini - ma il martire è chi sceglie un’idea e per quella si fa uccidere”. I morti di Nassiriya erano “andati lì a fare un lavoro per il quale erano pagati”.

“Non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Sono - tiene a sottolineare il sindaco - particolarmente amareggiato e sconvolto per le morti di queste persone a Nassiriya. Non ci sono dubbi. Meritano non solo tutto il rispetto ma anche il nostro affetto. Non credo che siano martiri perché martire è un’altra cosa, è uno che volontariamente si espone per un’idea che si porta dietro. Ma certamente sono vittime, sicuramente sono persone che avrebbero dovuto vivere e probabilmente non avremmo dovuto metterle in condizione di andare a Nassiriya per andarsi a guadagnare il pane”. Quelle persone, ricorda Bertini, “erano andate in Iraq a lavorare, un lavoro che alla fine comportava rischi elevati e purtroppo è andata a finire così. Ma ci mancherebbe altro che da parte mia ci possa essere l’impressione che non meritano tutto il nostro affetto, loro e tutte le famiglie che hanno perso i loro cari e il loro sostegno”. La delibera del commissario prefettizio è stata comunque annullata. “Se fosse stata via ‘Caduti di Nassiriya’ sarebbe rimasta ma certamente - spiega Bertini - non posso condividere quando si parla di ‘Martiri di Nassiriya”.

Il governo, secondo Bertini, “dice che non sono andati li’ per fare la guerra. Di certo, sono andati armati di tutto punto. Sono lì per difendere una quantità di interessi, fondamentalmente quelli petrolieri italiani. Detto questo dico naturalmente che non dovevano morire”. Secondo il sindaco, dunque, sarebbe giusto intitolare una via a tutti i morti “quelli che sono morti sul lavoro o per disperazione”.

Intanto, però, con una cerimonia pubblica che ha tappezzato la sala consiliare di fotografie di Yasser Arafat, ha intitolato quella stessa strada al defunto leader palestinese, considerato nella motivazione “uomo simbolo dell’unità e della resistenza del popolo palestinese”. “Lui è un vero martire perché si è sacrificato per il suo popolo” ha aggiunto Bertini.

Indignazione e sgomento da parte dei familiari e degli amici delle 19 persone che quel maledetto 12 novembre persero la vita. “Mi sento mortificato al posto del sindaco Bertini”, dice invece, Alfonso Trincone, cugino omonimo del sottotenente caduto a Nassiriya. “Se quel sindaco ce la fa, vada a ripetere quelle cose che ha detto, sulla tomba di mio cugino. Vada a dirlo al papà che da due anni ogni giorno va a portare i fiori al suo unico figlio maschio”. Marco Intravaia ha 18 anni, studia giurisprudenza e sogna di diventare un magistrato. Il papà, Domenico Intravaia, era uno dei dodici carabinieri morto in Iraq. Dice il ragazzo, che sogna di diventare un magistrato, “quando la gente mi dice che papà è un martire, io rispondo che era un martire per la pace. Questo discorso dei martiri a pagamento è inaccettabile: quegli uomini sono partiti con un solo scopo: la pace, portare la pace in quel paese, di ricostruire un pezzo di democrazia, aiutare le donne e i bambini, che vivono ai margini della dignità umana”. Marco poi aggiunge: “Questo sindaco e chi la pensa come lui non merita di essere un italiano. Sono persone senza cuore quelle che dicono queste cose, provo orrore”.

Fonte Tg com

Testo riportato integralmente

Cavillosa la distinzione tra martiri e caduti, che si poteva risolvere chiamando la strada “via dei caduti di Nassiria” ma cancellarli del tutto, è come cancellarli una seconda volta.

Cancellati dalla morte ed ora cancellati nel ricordo della vita, di chi resta.

Credo che i militari di Nassiria avessero idee diverse, ognuno le proprie idee, molti certamente anche le stesse del sindaco.

Ma la morte li ha accomunati tutti.

Erano la perché militari, perché comandati ad un lavoro che hanno svolto con pietas ed umanità.

Come lo hanno svolto nel Libano, Kossovo, a Saraievo, nei Balcani, a Timor, in Africa, in Asia e in mille altri luoghi….facendo il loro dovere e impedendo abusi e carneficine.

Ma facendolo col modello italiano che negli ultimi 50 anni non ha aggredito nessuno ma è stato apprezzato dagli uni e dagli altri.

Visto che continuamente la società civile segue i modelli altrui e d’oltre oceano, che in fondo disprezza, dovremmo essere fieri del modello del soldato italiano che abbiamo esportato.

Disperati? Disperato non è peculiare di chi fa il militare, disperato lo può essere chiunque….anche un cameriere, un meccanico, un medico, un sindaco.

Quanti nella vita sognano l’infinito e si devono accontentare di quello che possono trovare? E’ una colpa questa?

Io credo che chi è andato la ci sia andato per tante ragioni, ideali, economiche, di dovere, e più probabilmente come insegna il funzionamento della psiche umana per tutte queste ragioni insieme e per altre ancora..

Le lacrime di chi resta sono le stesse e la morte le accomuna e le sublima tutte.

Per amare la vita e credere nella bellezza della vita e del dialogo tra i popoli bisogna per prima cosa rispettare la morte…specie di chi ti muore accanto ed è della tua stessa terra.

Non c’è il futuro senza il rispetto e l’insegnamento della memoria.

Gilberto Gamberini Riproduzione riservata

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