Questo sito contribuisce alla audience di

Il Dolore Psichico Atti congressuali Cannes Istituto M. Erickson

"Se vuoi capire quando qualcuno ti parla di suo fratello devi prima parlarle di tuo fratello" In altre parole solo una esperienza provata condivisa dal terapeuta può essere intesa anche dal paziente. ...."ogni madre manipola suo figlio se vuole che suo figlio viva". .....

Ringrazio la Direttrice dell’Istituto Milton H. Erickson di Nice-Cotes d’Azur, la Dottoressa Francine Helene Samak, che mi ha invitato a parlare del libro e dell’argomento Il Dolore Psichico.

Quando ho scritto il libro ho riflettuto molto su due frasi di Milton H. Erickson che mi avevano molto colpito. La prima era “Se vuoi capire quando qualcuno ti parla di suo fratello devi prima parlarle di tuo fratello” In altre parole solo una esperienza provata condivisa dal terapeuta può essere intesa anche dal paziente. E poi la seconda frase “ogni madre manipola suo figlio se vuole che suo figlio viva”. Queste due frasi mi hanno spinto ad andare oltre a quello che normalmente si poteva fare e si faceva ed anche a cercare un linguaggio che meglio descrivesse il problema ed il dolore di una persona. Parlare attraverso immagini, attraverso i suoni, attraverso sensazioni affinché la parola diventi un suono, un’assonanza che superi il significato stesso della parola per significare diverse cose.

Legami

Ora vorrei raccontare una storia che è successa qualche giorno fa. Una signora di 33 anni è venuta nel mio studio, ed è venuta dopo aver letto libro ed in particolare la storia della regressione di Sonia di cui parleremo tra breve. Mi ha chiesto semplicemente, dicendomi solo il suo nome “Non ho problemi personali. Tutto va bene. Il problema che voglio affrontare con lei è che non riesco a galleggiare nell’acqua, quando sono nell’acqua vado a fondo e non riesco a galleggiare e neppure a nuotare”. Io ho fatto la seduta basandomi solo su questa richiesta, conforme al desiderio della paziente. E, ho fatto una seduta che era unica e irripetibile rispetto alle precedenti. Sono partito da una tecnica per arrivare a una non tecnica, per arrivare ad una comunicazione diretta tra psicoterapeuta e paziente che tenga presente il linguaggio dell’inconscio. Durante la seduta mi è venuto da pensare al libro di Jonatan Swift “I viaggi di Goolliver” , in cui Gooliver nel regno Lilliput è un gigante che quando si immerge nel mare riesce sempre a conservare la parte superiore del suo corpo e la sua testa fuori dall’acqua, e quindi anche se non riuscisse a galleggiare o a nuotare avrebbe sempre la possibilità di dominare gli eventi. Nel contempo le avevo dato l’immagine, la sensazione ed i suoni dei piccoli uomini intorno, di quando Gooliver viene imprigionato e legato a terra da tante piccole corde, che in realtà, per lui che è un gigante, sono solo dei sottili fili di seta, sottili come capelli. Alla fine della seduta, le ho chiesto i suoi dati personali, le ho chiesto che lavoro faceva, se aveva figli e se i suoi genitori erano viventi. ..

Mi ha detto che suo padre era morto. Ma era reticente riguardo a questo argomento e lo dimostrava col suo corpo, ritraendosi, come se la risposta le causasse sofferenza.

Io ho insistito e le ho chiesto quanti anni aveva quando il papà era morto.

Lei mi ha risposto che aveva 8 anni.

Io le ho detto ” mi permetto di insistere, ma di che cosa papà è morto?”

E lei, alla fine, mi ha detto che suo papà si era suicidato. Mi ha aggiunto che era stato il fratello maggiore a scoprire il cadavere del papà e a dirle che si era suicidato. La mamma non aveva mai voluto affrontare questo argomento e neppure parlarne. Lei ha aggiunto anche un’altra cosa, molto importante. Lei ha aggiunto “poteva anche essere colpa mia, tutto quello che è successo”.

La seduta era oramai alla fine, in quanto molte cose erano state dette ed erano state già fatte. Prima di congedarla io le dissi “che sarebbe stato molto bello, se lei nei prossimi mesi, nelle prossime settimane, nei prossimi giorni, avesse potuto parlare con la madre di quello che era accaduto”. Avrebbe comunque scelto lei il momento quando le fosse sembrato più opportuno. Le aggiunsi anche che avrebbe dovuto investire me della responsabilità del suo gesto, e che avrebbe potuto dire alla mamma che era stato io a spingerla ad affrontare questo argomento. Io le tolsi, quindi , la responsabilità di quello che avrebbe potuto fare. In fondo, il senso del mio intervento era una specie di manipolazione… per farla vivere meglio.

Ho rivisto la paziente dopo cinque giorni …..

Appena arrivata mi disse “sa che ho parlato con mia mamma!”. E la mia mamma mi ha detto “ma papà non si è suicidato, papà è morto di soffocamento durante una crisi epilettica, lui soffriva da molti anni di epilessia , ma si era sempre rifiutato di curarla”. La paziente mi aggiunse “pensi dottore, sono venticinque anni che io soffro pensando ad una cosa che non è mai successa”.

Io le dissi che anche questo, magari, non la faceva galleggiare, perché i legami trascinano fondo. Dopo di questo, le chiesi se aveva un compagno o un marito, perchè nella seduta precedente non glielo avevo chiesto.

Lei mi rispose che aveva avuto un fidanzato che l’aveva lasciata, addebitandole le colpe di tutto, come spesso fanno gli uomini. E l’aveva lasciata telefonicamente.

Io le dissi che anche questo legame poteva averla portata a fondo e non farla galleggiare. E in ogni caso della nostra vita bisogna che ci liberiamo dai legami, perché l’amore, comunque, è un altra cosa…

Il modo di fare terapia.

Io parlo quasi sempre stando in piedi, sollevo e sposto i mobili, apro la finestra, cerco di spostare il disturbo di quella persona, dal di dentro al di fuori , come si fa nella Gestalt per esempio metto il dolore su una sedia, che prendo e butto fuori dalla stanza, per modificare, visivamente, uno stato interiore. Viene buttato fuori il suo disturbo e questo lo può aiutare e divenire una rappresentazione visiva, quasi filmica della sua liberazione.

Ricordo che una volta stavo facendo una seduta con una paziente, e lei aveva discusso per una buona mezzora con una sedia vuota, sulla quale lei visualizzava il suo fidanzato, e facendo questo la paziente era già in una situazione di coinvolgimento profondo, in quanto quando il paziente vede e parla con chi non c’è è già in uno stato di trance profonda. Ad un certo punto, della seduta, lei guardava questa sedia con odio ed allora io ho afferrato la sedia, ho aperto la porta e ho dato un calcio a quella sedia facendola volare in sala d’attesa, non sapendo che lì c’era un altro paziente che attendeva. Alla fine della seduta non entrava nessuno, ed allora sono uscito per verificare ….e ho visto il paziente seminascosto in un angolo che mi ha detto “se vuole ritorno un altro giorno!”

Io mi servo di tutto quello che mi circonda e lo inglobo nella terapia, anche perché, come è consuetudine nella psicoterapia e nella ipnosi ericksoniana, cerco di occupare tutti canali di rappresentazione della realtà che possiede il paziente.

Potrei ricalcare anche soltanto quelli propri di quel paziente, come si usa nella PNL, per esempio se è un sensoriale percettivo potrei ricalcare solo il canale sensoriale percettivo ma mi resta sempre il dubbio che quel paziente, su altre cose che non mi dice possa usare altri canali di comunicazione, per esempio il visivo oppure l’auditivo……

La Regressione di Sonia.

Sonia era una donna di 35 anni che mi chiese di affrontare un suo problema, un dolore, senza comunicarmene la natura.

Questo tipo di richiesta (che capita raramente) non cambia il mio modo di procedere perché molte volte il problema che il paziente comunica non è il vero o il più importante dei suoi problemi.

Per prima cosa l’ho osservata, Sonia era sul canale sensoriale percettivo ed allora ho rimarcato la comodità della sua sedia, se la sedia fosse stata rossa avrei rimarcato che poteva correre veloce come una Ferrari, se blu avrei potuto dire che poteva simbolizzare le onde del mare, confondersi e cullarsi tra quelle onde. Se marrone come questa qui in questa stanza, sinceramente non so…non mi viene alcun accostamento particolare. Anche questo mio dubbio, piuttosto di parlare di ciò che non sento e non vedo, è preferibile comunicarlo al paziente, e magari insieme trovare una soluzione.

Poi ho ricalcato altre situazioni, che potevano essere accadute nella sua esperienza di vita, sensazioni che potevano anche rappresentare delle immagini, e che potevano spiazzare, disorientarla. Per esempio “hai mai fatto delle capriole in un prato?” Pensando al prato, per analogia ho pensato al verde, ho pensato ad un verde molto “inglese” molto lineare, molto ben curato come ho visto nel cimitero di Omaha in Normandia e ho pensato che da quel particolare luogo si vede il mare, io in quel momento ho visto il mare e quindi ho comunicato questa immagine. Faccio una precisazione, chiaramente, non posso solo io andare in trance o in particolari situazioni di diversa percezione del corpo, e vedere e sentire delle cose, devo chiedere se anche la paziente, quella particolare paziente, ci viene. Allora le chiesi se le piaceva il mare. Lei mi rispose di si. Allora le ho ricordato altre cose che ci potevano essere nel mare, facendo sempre la premessa che, qualsiasi quadro io possa dipingere, qualsiasi elemento io ci possa mettere dentro, qualsiasi colore io possa dipingerlo, il paziente, in qualsiasi momento lo può modificare e cambiare, secondo i suoi desideri, affinché il quadro proposto da me diventi il “suo” quadro. Tutto può mutare, anche il quadro stesso e se ne può, magari, conservare solo la cornice, il contorno delle cose oppure neppure quella, andando oltre i limiti della cornice stessa.

Tutto è possibile, quasi nulla è impossibile.

Visto che a Sonia piaceva il mare, l’ho invitata a guardare le onde, fissando un punto o una linea su quelle onde, e le onde più in là di quella linea verso il mare aperto e le onde più in qua, più vicine alla spiaggia. La invitai anche a valutare, a pensare che quelle onde più in là potevano esprimere il suo passato e le altre onde verso la riva potevano rappresentare il suo futuro. Oppure poteva essere tutto all’incontrario, le onde oltre quella linea essere il suo futuro e quelle verso la riva rappresentare il suo passato. Questo tipo di linguaggio contraddittorio poteva essere un doppio legame, una falsa alternativa, qualunque cosa lei avesse scelto tra le due soluzioni comunque avrebbe scelto quel particolare stato che le permetteva di valutare e di vedere il suo passato ed il suo futuro.

E comunque sempre il paziente che sceglie, non il terapeuta. Il terapeuta propone.

Spesso faccio delle affermazioni e poi dico esattamente il loro contrario, perché è sempre il paziente che sceglie, e questo tipo di comunicazione aumenta le sue possibilità.

Il paziente sceglie di fare la terapia e sceglie anche le soluzioni proposte dalla terapia stessa.

Mentre le dicevo queste cose, le ho messo la mano sul diaframma e le rimarcai che i suoi respiri avevano la stessa intensità dei movimenti del mare, e che il suo respiro poteva rallentare come quando il mare è calmo e sereno, come quando la sua vita è calma e serena e viceversa che il suo respiro poteva diventare più frequente come quando il mare è in burrasca, come quando la sua vita è burrascosa…ma dopo la burrasca, dopo la tempesta segue sempre la calma. Segue la calma dopo la tempesta. ..

Dopo di questo, ho utilizzato, come tutti noi facciamo, tutti gli elementi ambientali che potevano esserci al mare, per esempio la brezza che proviene dal mare, che poteva accarezzare la pelle, e fare ancora di più, sagomare, mutare, modellare i suoi lineamenti, modellare la sua pelle e la sua vita come fosse terra creta, oppure scompigliare i capelli e nel contempo scompigliare i pensieri.

E nello stesso tempo che tutto questo accadeva o che poteva accadere, quella brezza era anche un’aria pulita che poteva essere respirata, respirata profondamente e così le mie parole potevano entrare insieme all’aria che entrava e sciogliersi nell’aria stessa e le mie parole assieme all’aria potevano sciogliersi nei polmoni e diventare ossigeno e parole nel sangue.

E col sangue, ossigeno e parole, potevano andare in ogni parte del corpo e della mente…e della mente…

In quel momento ho richiamato alla memoria di Sonia che quel mare prima di essere mare era altre cose, era goccia d’acqua, era ruscello, poi era torrente e poi era fiume.

Tutto questo per portarla progressivamente a considerare la possibilità di andare indietro nel tempo e di rivedere quel dolore, e dove era collocato nella sua mente.

Qui potevo fare tante cose, potevo portarla prima di quell’evento, come dice M.H.Erickson, per farle mutare le cose che l’avevano portata a quell’evento, oppure dopo l’evento stesso, immediatamente dopo, oppure anche sull’evento stesso, per provare a modificare o a cancellare l’evento stesso.

L’evento poteva essere anche paragonabile ad uno scarabocchio o ad un segno sulla lavagna, quando le ho dato l’induzione che poteva ritornare indietro nel tempo quando frequentava le scuole elementari e quando le ho chiesto “di che colore era il tuo grembiulino della scuola?” “avevi il fiocco rosa?” “avevi il colletto bianco?” “avevi freddo, d’inverno, o avevi troppo caldo d’estate?”

L’evento poteva essere rappresentato sulla lavagna e lei poteva guardarlo e riguardarlo da tutte le parti e da ogni direzione possibile, pensando che comunque qualsiasi evento nel tempo cambia.

Ora io sollevo in alto questa sedia, per farvi comprendere anche visivamente quello che voglio dire.

Questa sedia, così in alto, per un bambino è enorme, una stanza come questa per un bambino è immensa, per un adulto, invece, che guarda dall’alto verso il basso, tutto è differente. Tutto cambia nel corso della vita. Anche le persone, oltre che le cose, cambiano. Una persona che, un tempo, ricordavo come forte, autoritaria e che magari mi incuteva timore ora che è anziana, senza capelli, fragile, non solo non mi spaventa più ma ha bisogno della mia forza. Tutto ora è all’inverso. Tutto può mutare, tutto può cambiare, tutto è cambiato.

Se noi pensiamo ad un quadro, dobbiamo pensare che gli antichi pittori prendevano vecchi quadri e sopra quella vecchia tela vi ridipingevano le loro opere, e quel vecchio quadro diventava tutta un’altra cosa. Perché questo non possiamo farlo anche nella nostra e della nostra vita?

Chiaramente facendo tutte queste cose non devo perdere mai di vista quello che succede nel paziente, perché tutto questo non può essere solo una mia rappresentazione, non posso obbligare il paziente a seguire il mio teatro, ma devo verificare se gli piace e specialmente se gli serve il mio teatro.

Quindi devo sempre essere in rapporto oltre che con me stesso, col profondo del paziente.

Cerco di realizzare, nella terapia e nei suoi scopi, un viaggio nell’anima di entrambi, una comunicazione profonda che può durare il tempo di una seduta o anche 10 anni.

Nei pazienti in cui la terapia si protrae per molto tempo si verifica il fatto divertente che è il paziente a domandarmi come sto io! Ed io gli rispondo “sempre peggio di te!”

Parlando della comunicazione, vorrei sottolineare che non sempre la cosa più giusta è anche la migliore. Non sempre come ci hanno insegnato, ricalcare quello che fa il paziente è la cosa migliore, in quanto non conta sempre ciò che è giusto ma conta ciò che serve.

E ciò che serve può essere fatto da parte di qualsiasi persona, perché noi siamo uno strumento di un qualche cosa, a volte non ben definibile ed altre volte ancora della nostra conoscenza. Principalmente siamo uno strumento del nostro inconscio che deve vivere per poter aiutare un’altra persona che non riesce a districarsi dalla ragnatela che la tiene prigioniera, tenendo presente il fatto che, in genere, da noi terapeuti viene la vittima, (chi subisce qualcosa) e non il carnefice (chi la causa).

Isabella

Parlavo del ricalcare…. ricordo Isabella, una donna di 35 anni, che era venuta da me comunicandomi sensazioni molto forti , solo corporee perché questa paziente, che è raccontata in parte nel libro, per 6 mesi non ha mai espresso una parola, ma semplicemente si esprimeva attraverso il corpo, rivelando un profondo turbamento interiore, un profondo dolore. Isabella si tormentava le mani, avvinghiandole di continuo. Ogni volta che ricalcavo fisicamente le sue sensazioni lei si irritava. Lei non sopportava che mi avvicinassi a lei, non potevo oltrepassare mai il limite di 1 metro e mezzo, che rappresentava il suo spazio vitale. Fu proprio con Isabella che cominciai ancora di più a camminare su e giù per la stanza in ogni direzione, perché era l’unico modo di entrare in un qualche modo in rapporto con lei. Ho dovuto usare un diverso tipo di comunicazione, cercando di portarla di continuo sul canale visivo. La terapia con Isabella è durata 10 anni, ora fa una vita abbastanza normale, con qualche piccola fobia, qualche piccola ossessione, ma riesce a vivere e prova interesse nelle cose che fa. Con Isabella, oltre ad occupare il suo canale visivo, occupavo anche il suo canale auditivo, parlandole di continuo.

Non sapevo di che cosa parlare …seguo eventi che in un qualche modo caratterizzano l’inconscio della collettività e dell’uomo dai quali traggo riflessioni e parole per la terapia.

Dovetti anche parlarle della mia vita…. quindi Isabella sa tutto della mia vita, ma… ora… però…anche io, so della sua.

Isabella aveva una profonda sofferenza, suo padre era morto in un incidente stradale, quando lei era bambina, e lei aveva molto sofferto di questo. Aveva cercato anche di morire, si spogliava d’inverno e dormiva senza coperte sul nudo pavimento con la finestra aperta. Si prese la broncopolmonite ma non riuscì a morire. Non riuscì a morire perché i medici, purtroppo per lei, la salvarono. Dico purtroppo per lei, perché Isabella voleva morire, era questo il suo preponderante desiderio.

Isabella aveva imparato ed aveva trovato la soluzione, l’apparente soluzione del suo stare male: non amando nessuno, non avrebbe più sofferto. Ed allora cominciò ad odiare suo padre che era morto, perché se suo padre l’avesse veramente amata, non sarebbe morto. E su questo concetto, Isabella ha costruito tutta la sua vita.

La mamma, dopo la morte del padre, aveva deciso di risposarsi…per il bene dei figli..senza chiedere però ai figli quale era il loro bene! Cosa che spesso fanno i genitori. Isabella aveva molto sofferto di questa decisione della madre, ed aveva imparato ad odiare anche la mamma……

Isabella aveva imparato che l’unico suo modo per non soffrire era quello di non amare, non amando non avrebbe più sofferto,e fece anche di più non facendosi amare dagli altri non sarebbe stata motivo di dolore per nessuno.

Questo processo mentale, se volete, e se ci pensate, è comune a molte persone, e non per fare della accademia ( non è assolutamente il caso in questa sede) ma vi invito sempre a considerarlo, qualunque tipo di paziente voi abbiate da trattare. Vi invito a considerare il rifiuto di amare come scelta che molte persone fanno come risposta ad un dolore. Questo concetto è più psicoanalitico, ma comunque si chiami, in una psicoterapia è opportuno considerare la sua esistenza…..

Manipolazioni buone, manipolazioni cattive, dipende da come la mente elabora le cose, e da quello che voi fate…

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

Atti congressuali 5 Ottobre 2003 Istituto Milton H. Erickson Cannes-Cote d’Azur

Master Ipnosi a Udine Patrocinato dall’Ordine dei Medici da febbraio 2006

foto riprodotte a fini didattico educativi

Le categorie della guida