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Il Dolore fisico Il diritto alla non sofferenza

La sofferenza non è un dovere, non è una maledizione necessaria, un tarlo che ti deve corrodere per forza, ma è un incubo che si può esorcizzare....

 
 

La sofferenza non è un dovere,

non è una maledizione necessaria,

un tarlo che ti deve corrodere per forza, 

ma è un incubo che si può esorcizzare.

 

Non è necessario ricorrere a stregonerie per farlo,

basterebbe prescrivere i prodotti giusti  per quella circostanza:

gli oppiacei.

Certo dapprima si potrebbe iniziare con prodotti alternativi naturali, seguendo l’equilibrio del corpo e i suoi ritmi, 

ma, purtroppo, nella neoplasia, nel dolore oncologico,

spesso quei ritmi sono alterati,

la psiche è alterata perché, magari,

è stanca di combattere contro quell’invisibile nemico,

eppure così sempre presente come il tumore,

che si insinua dentro di noi,

senza chiedere e solo pretendendo.

 

Se i prodotti naturali non dovessero funzionare,

e ce ne renderemmo immediatamente conto dalle condizioni del paziente, allora non ci resta altra strada che prescrivere gli antidolorifici,

seguendo una scaletta che arrivi agli oppiacei….

 

Seguendo le richieste di quel paziente e armonizzando le nostre idee

con le sue esigenze e con la conservazione della sua dignità

e del suo diritto a non soffrire.

 

Certo, a volte, è possibile ricercare altre cose che possono anticipare

o collaborare all’uso degli oppiacei.

 

La psicoterapia e l’ipnosi possono essere una strada,

qualora si instauri un rapporto valido e collaborativo col paziente,

che può essere anche in un qualche modo diretto,

perché la psicoterapia può divenire stimolo

ad affrontare la malattia in modo diverso,

come se fosse una battaglia,

che non necessariamente ci farà perdere la guerra,

quella guerra….

Un approccio potrebbe essere quello descritto

nell’immaginario come psicoterapia….

 

La Psicoterapia  e l’Ipnosi possono divenire stimolo di vita,

per fare nuove cose in quel lasso della nostra vita

o riprendere vecchi sogni e realizzarli.

Può divenire uno strumento per la lotta al dolore cancerogeno.

Milton H. Erickson sperimentò infinite possibilità,

nel senso che non seguendo uno schema fisso di comportamento, inventava ed adattava alle esigenze di quel momento e di quel paziente,

i suoi interventi….

 

 

Ed altri dopo di lui, sia pur in modo più schematico,

perché è inutile dirlo, come Erickson, o si nasce o altrimenti non si diventa.

O si hanno caratteristiche mentali simili, di adattabilità, di fantasia,

di emotività, di sperimentazione continua, di pensiero sereno interiore oppure queste caratteristiche non si possono inventare, anche perché molte scuole e persone ricercano il massimo risultato col minimo sforzo,

e questo è esattamente l’opposto di quanto dovrebbe avvenire,

perché il più delle volte anche col massimo dello sforzo si ottiene solo il minimo risultato…

 

Come affrontava Milton H.Erickson il dolore cancerogeno?

 

Erickson diceva:

“Presentate alla persona altre esperienze che annullino, contraddicano, assorbano e mantengano la sua attenzione, di modo che non possa concentrare tutta la sua attenzione a ciò che lo fa star male.”

Milton H. Erickson,

in determinate occasioni,

sfruttò il cambiamento dello schema rappresentazionale del paziente,

in altre parole mutava il canale con cui quel paziente

rappresentava il suo dolore….

 

 

Il paziente rappresenta il suo dolore con una sensazione,

una percezione cenestesica,

Milton H. Erickson cercava di portarla su di un altro piano,

per esempio sul visivo.

Se il paziente accetta quell’input….

il problema del risultato è tutto lì: l’accettazione o meno dell’input.

 

L’ immagine che raffigura il dolore, si può rappresentarla in diversi modi, mutare le sue dimensioni spaziali, ingrandire o rimpicciolire, trovare il punto di vista migliore o peggiore….

tinteggiarla e raffigurarla con colori diversi,

che possono virare dal colore più odiato a quello,

in quel momento e per quella cosa rappresentata, più amato,

creare ombre o coni di luce,

che risaltino determinati aspetti o che soffondano altri,

dare contrasto o rilevanza.

Un suo modo era anche di ingrandire un dolore fino a farlo diventare insopportabile in quel momento.

 

 

Rimanendo sullo stesso canale del paziente, di quel particolare paziente, cioè sul sensoriale percettivo,poteva renderlo insopportabile

per un tempo determinato, facendogli immaginare tutto il dolore possibile, in modo che dopo quella spossatezza fisica,

tutto quello che restava era o poteva essere molto più blando e tollerabile. Era la Concentrazione del dolore…..

 

Da quel momento si potevano creare altri meccanismi,

che si basavano su un intervento psichico diretto della psiche sul dolore, su quel dolore, per esempio calare quel dolore,

una volta provato il massimo, di uno spazio, di una frazione di millimetro, poi di un millimetro, poi di un  centimetro, sempre di più fino quasi a farlo scomparire.

 

Oppure una sua diminuzione progressiva legata al tempo,

togliere una frazione di secondo di quel dolore, un secondo, un minuto, dei minuti, quasi un ora, un ora e così via.

Era una Alterazione Spazio Temporale,

una Distrazione Spazio Temporale.

 

E’ chiaro ed evidente che la collaborazione del paziente,

di quel particolare paziente,

è dovuta alle sue forti motivazioni a non  provare dolore.

Le motivazioni sono tutto, in questi particolari tipi di approccio….

 

Sempre restando nel canale percettivo,

Milton H. Erickson

sperimentò il trasferimento del dolore da una sede all’altra,

da una sede molto fastidiosa ad una più tollerabile,

aiutandosi con la autosuggestione.

E’ evidente che un dolore al petto

è molto più fastidioso di un dolore ad un dito del piede.

L’approccio va avanti per gradi e richiede esercizio, prove e controprove.

Ma può arrivare anche a risultati più evidenti,

quando quel dolore spostato dal petto al dito,

riescI a spostarlo al di fuori di lui,

su quel pavimento, su quella piastrella dove il piede appoggiava,

oppure su quella sedia,

in quella e solo in quella stanza,

in quello e solo in quel luogo,

in modo che resti là e non altrove.

 

Chi si rifiuterebbe di perdere il dolore

o di dimenticarlo da qualche parte?

 

E’ un trasferimento del dolore,

che può coinvolgere anche gli altri sensi,

oltre a quello percettivo-sensoriale.

 

E’ possibile sfruttare anche il canale auditivo,

il dolore che diviene un urlo stridulo e fastidioso,

e che può essere sostituito da una sua rimodulazione

e diventare un suono un po’ troppo alto, che, poi,

può essere rimodulato in modo diverso.

 

Ci si può aiutare con esperienze del passato,

che sono nell’inconscio di quella persona…

 

l’esperienza di una anestesia dentaria,

il ricordo di quella anestesia,

la percezione della guancia insensibile,

che può essere trasferita nella parte malata e dolente,

con una serie di esercizi.

Oppure il ricordo e l’esperienza del freddo,

l’inverno sulla neve, che rende insensibili gli arti,

il freddo che diventa un  cattivo conduttore del dolore

può essere sfruttato in tal senso.

 

Oppure, ancora ritornando alle cose dette in precedenza,

il cambiamento rapido di schema dei canali sensoriali,

che diventa spiazzamento,

una incongruenza emotiva razionale,

un paradosso che se raccolto dal paziente può dare dei risultati.

 

Una volta  ad una donna che soffriva di cancro,

Erickson disse

“ lei ha molto dolore, lei sente tantissimo quel dolore, quel dolore è insopportabile vero? ….Lei vorrebbe che quel dolore sparisse? Vero?…Se da quella porta entrasse una tigre affamata..

come sentirebbe il suo dolore..avrebbe ancora dolore?…”

 

Qui emerge una cosa essenziale nello approccio ericksoniano al dolore, Erickson non nega mai la realtà,

il dolore c’è, esiste ed è stupido negarlo,

e tutti vorremmo che una cosa insopportabile, come il dolore, sparisse (motivazione, e aspettativa)

e da quella realtà si può andare oltre usando la fantasia.

 

Quali possono essere i risultati?

 

Un professore alla Università  disse

“ al di là di  mille disquisizioni, quello che conta è solo una cosa:

quanti ne hai guariti, perché tutto il resto sono solo chiacchiere”

 

Un metodo è valido per i risultati che può dare.

Questa è l’unica cosa che conti.

 

La Psicoterapia e l’ipnosi ericksoniana possono essere una strada.

Il paziente ci crederà se anche voi ci crederete.

 

 

 

Riproduzione riservata Gilberto Gamberini

 

foto riprodotte a fini didattico educativi  

 

 

 

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