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Se chiesta dal malato non è eutanasia

Don Luigi Verzé, il fondatore dell'ospedale San Raffaele...."Era attaccato a un respiratore e mi chiese di staccarlo: piangendo dal cuore accondiscesi. Così non è eutanasia ma un atto d'amore"......"Spesso è un falso problema: diverso è lasciar morire e fare morire. Tenere in vita una persona a tutti i costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto di amore, un gesto cristiano. Non è eutanasia".....Diverso è invece il discorso sul testamento biologico....nessuno può mettersi nei panni di se stesso quando si dovesse ammalare né sapere come reagirebbe alla sofferenza"

fonte TG COM

Don Verzè “ Staccai la spina ad un amico”

Se chiesta dal malato non è eutanasia

Nel dibattito che infuria da settimane sull’eutanasia, arriva una testimonianza destinata a far discutere. E’ quella di Don Luigi Verzé, il fondatore dell’ospedale San Raffaele, che ha rivelato di aver aiutato, a metà anni 70, un amico a morire. “Era attaccato a un respiratore e mi chiese di staccarlo: piangendo dal cuore accondiscesi. Così non è eutanasia ma un atto d’amore”.

Un episodio di vita vissuta e al contempo una presa di posizione forte in un dibattito che ha diviso l’opinione pubblica italiana così come le forze politiche. Don Verzé, parlando al Corriere della Sera, ha ricordato la sua esperienza avvenuta quasi trent’anni fa. “Era un amico - dice - un medico, ci conoscevamo da anni. Lo abbiamo curato perfino con esasperazione perché non lo volevamo perdere. Stava attaccato a un respiratore artificiale, altrimenti sarebbe morto, era la metà degli anni 70 e già allora la tecnica dava queste possibilità”. Il fondatore del San Raffaele stette vicino ogni giorno all’amico fino a quando arrivò la richiesta: “Una volta, con lo sguardo fermo - ricorda - mi ha detto: io non posso più vivere senza questo respiratore, perciò, ti prego, staccami”.

Una richiesta difficile da accettare ma di fronte alla quale il religioso non si tirò indietro: “Era molto presto, le sette del mattino. Piangendo dal cuore dissi: staccatelo”. Ma Don Verzé, 86 anni, non vuole sentire parlare di eutanasia. “Spesso è un falso problema: diverso è lasciar morire e fare morire. Tenere in vita una persona a tutti i costi è ostinazione, non conservazione della vita. Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di essere staccata, io credo che farlo possa essere un atto di amore, un gesto cristiano. Non è eutanasia”.

Diverso è invece il discorso sul testamento biologico, sul quale invece Don Verzé non è d’accordo: “Non posso accettarlo - spiega - perché di fatto viene dettato dal medico. Questo è l’errore, lo spiegherò al mio amico Veronesi. Del resto nessuno può mettersi nei panni di se stesso quando si dovesse ammalare né sapere come reagirebbe alla sofferenza”. Difficile in ogni caso definire una simile questione che tocca le coscienze con un intervento legislativo: “Temo sia impossibile - prosegue - definire una legge su questi casi, una sorta di prepotenza

Condivisibile, senza demagogie, ma con profonda umanità, vissuta, l’opinione di Don Verzè….

pur essendo dalla parte della vita ci sono situazioni di non ritorno, dove è giusto che il paziente possa scegliere, qualora attaccato a macchinari….

il punto dolente è l’interpretazione di un paziente che non può comunicare la sua idea…..

preferirei fosse un parente, piuttosto che un medico a deciderlo….

una madre…..

piuttosto che un marito o una moglie….

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