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    Nuova paura collettiva per la notizia di una scuola occupata dai terroristi nel Caucaso. Paura che prende anche qui da noi, perché i volti dei bambini che soffrono sono gli stessi in tutto il mondo. Paura che viene rimossa ma che poi si ripropone per analogie di eventi analoghi, e che la minaccia di attentati in Europa, dopo quelli di Madrid e di Londra riaccende. Forse il termine più descrittivo non sarebbe quello che si ispira alla luce ma alle tenebre, profonde tenebre, come gli spazi neri, all’interno dell’uomo. Nel Caucaso fortunatamente l’allarme è rientrato. La scuola era vuota. Le ansie collettive, e le paure sono rientrate e il disastro di Beslan resta come sempre dovrebbero restare le cose brutte, solo un ricordo, un’infamia della violenza ceca degli adulti che uccidono il loro e il nostro futuro.

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    La paura, quella che occupa le notti più buie, quando nulla ti tranquillizza e tutto si amplifica dai rumori ai battiti del tuo cuore, può divenire terrore, può divenire talmente forte da spingerti a fuggire, così come sei, con la tua fragile nudità. Ci sono paure più grandi di questa. Ci sono paure che nessuna carezza, nessun esserci può lenire. Ci sono paure che non dipendono dalle energie negative ataviche sepolte nel nostro essere. Ci sono paure che non sono inventate, che non sono fantasie che acquistano corpo, che non sono fantasmi coperte da un lenzuolo bianco. Ci sono paure che divengono terrore cieco, incomprensibile, ci sono paure la cui angoscia che blocca il respiro e ti fa guardare attorno a te in attesa di capire, si mischia al sangue vero, che appartiene a tuo figlio, a tuo padre, ad uno sconosciuto, i cui brandelli, te li trovi addosso. Vivo ma con una parte di qualcun altro che è già morta che ti avvolge. E’ una comunità strana e allucinante che si forma in quei frangenti. Una comunità di vivi e di morti. Una comunità in cui il vivo sente su di se l’anima di chi non c’è più e esprime il suo dolore e la sua ribellione attraverso l’urlo senza limite della morte. Solo più tardi sarà una nenia, solo più tardi sarà un canto, ora è solo un urlo che interroga i vivi intorno a lui ed il cielo. E’ lo sgomento, accanto alla gioia di essere ancora vivi, che si mischia alla percezione calda, rossa e dolciastra della morte. Agli esseri umani non devono interessare le ragioni, le speculazioni, i distinguo. La morte livella tutto, completa il ciclo della vita dei bambini, riporta gli adulti nel mondo del non esserci più, a tal punto che a volte ti chiedi se mai queste persone sono esistite. Ti dicono di reagire, ma a volte col troppo reagire si rischia di dimenticare e di mangiare con avidità un panino mentre sullo schermo qualcuno da qualche altra parte del mondo muore di fame.....Operai, impiegati, turisti, casalinghe, scolari, bambini, anziani, inglesi, stranieri, poveri, ricchi, felici ed infelici, persone che non avevano il coraggio di dire accanto ad altri che dicevano il troppo, diversi che non hanno nulla in comune, se non la vicinanza in un vagone di metro, ora accomunati dalla silenziosità della morte. No….. reagiremo dopo. Ora è tempo di piangere i propri morti, gli altri esseri umani che si sono trovati in quel luogo al nostro posto, nel luogo di tutti. Ora è tempo di urlare. Di urlare le ragioni della vita. E di non ascoltare le false ragioni della morte. Non sono e non saranno mai angeli…. ma diavoli quelli che accompagnano i terroristi. E sono al diavolo a cui loro invocano....Uomini grigi contro bambini ed altri uomini colorati.......

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