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Intervista a Giancarlo Livraghi di Gandalf.it

Chi è Giancarlo Livraghi? Intervista ad uno dei primi grandi copy italiani, presidente della McCann-Erickson italiana e executive vice-president della McCann-Erickson International. (2a parte)

Le nuove tecnologie hanno permesso la nascita di televisioni, radio e giornali indipendenti gestiti e autogestiti da reti umane rese visibili da bit e codice html. Con tutto questo passaparola, secondo lei per quanto sarà ancora possibile, in questo mondo, dichiarare il falso?

 

Temo che dichiarare il falso sia non solo una cosa possibile, ma anche una pratica largamente diffusa, oggi come in ogni prevedibile futuro. Il problema non è solo la proliferazione di falsità che, a forza di essere ripetute, sembrano vere. È anche una diffusa disponibilità a credere in ogni sorta di cose inverosimili, perché seguire e imitare è molto più facile che pensare. Oggi, ovviamente, tutto questo è meno perdonabile, perché non siamo costretti a subire, non siamo condannati all’ignoranza. Ma l’ignoranza piace, la moda seduce, l’obbedienza è comoda.

 

Il passaparola è sempre stato uno strumento fondamentale di comunicazione – e non ha perso importanza né valore nell’era dei “mass media”. (Vedi “Il passaparola”). Il fatto nuovo è che con i sistemi di rete si sono enormemente allargate le possibilità di dialogo personale. Ma, anche in questo caso, lo strumento non basta. Usiamo il passaparola per rompere la barriera della disinformazione o per ripetere le solite banalità? La scelta è nostra – e non è sempre facile.

 

Le appiattite informazioni, filtrate dai media tradizionali, immettendosi nelle reti cablate si spogliano della imposta monotonia per tuffarsi nei colori dell’obiettività raccolti dalle mille voci della rete. Tutto questo è rumore, democrazia o cosa?

 

L’obiettività è sempre relativa. Anche chi si esprime con piena sincerità, e non manipola le notizie, può sbagliare. Ognuno di noi ha le sue opinioni – e ha il diritto, se non il dovere, di esprimerle come ritiene più opportuno.

 

È vero che la rete, per chi ne sa scoprire l’infinita varietà, è più libera e meno condizionata dei sistemi centralizzati – e, in generale, dei “mezzi di massa”. Ma ciò non vuol dire che tutto ciò che si trova in rete sia oro colato. Proprio perché ognuno è libero di mettere online ciò che vuole, è inevitabile che fra le “mille voci della rete” ci siano anche quelle stonate – per intenzionale deformazione, inconsapevole errore o banale ripetizione delle stesse panzane e fatuità che invadono la cultura dominante.

 

Insomma bisogna saper scegliere. Proprio perché nessuno può imporre a un sistema complesso e molteplice come la rete una linea di idee o di comportamento, sta a ognuno di noi capire di chi ci possiamo fidare e con chi ci interessa avere un dialogo. È interessante, può essere affascinante, ma è impegnativo. Nel mondo un po’ ottuso e banalizzato in cui viviamo, sembra che pensare con la propria testa sia diventato un esercizio difficile, fastidioso, quasi indesiderabile. Non basta scoprire l’esistenza della rete per uscire dal sonno della ragione. Bisogna anche essere capaci di aprire li occhi.

 

L’internet, oltre a essere femmina, è anche comunista?

 

Se per “comunista” intendiamo uno schieramento politico, la risposta è no. Nell’internet, se non è censurata, c’è posto per tutte le opinioni. La rete è repressa violentemente in paesi che si dichiarano comunisti, come la Cina, e con altrettanta durezza in regimi di diverso colore politico.

 

Se invece ci riferiamo a al concetto di comunità, all’idea di qualcosa che appartiene a tutti e di cui nessuno è proprietario, questo attributo si adatta bene alla natura della rete – quando è usata con intelligenza, libertà, apertura mentale e rispetto reciproco.