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Sparano da Bari

Nella storia di Bari vi furono due Sparano da Bari, vissuti ad un secolo di distanza e spesso si attribuiscono ad uno i requisiti dll'altro, anche se entrambi hanno portato benefici alla loro città.

SPARANO BARO,

SPARANO BARO, ovvero Sparano da Bari, o, come altri
dicono, de Baro, vissuto fra il XIII e XIV secolo. Fu
signore di Polignano, Monterone in terra d’Otranto, Magliano,
Altamura in terra di Bari, Valenzano, Martina e Vico Equense,
secondo quanto afferma G. De Ninno nelle Memorie storiche
intorno al Palco della nobiltà giovinazzese nella r. basilica di
Bari e alle 14 famiglie, i cui stemmi gentilizii erano in quel
Palco dipinti.
Nel 1275 fu assessore presso il vicerè di
Sicilia, e, al suo ritorno, fu assunto alla carica di giudice
maggiore della Provenza e contado di Forcalquier con decreto di
re Carlo I. Fu poi mastro razionale del Gran Consiglio,
giustiziere di Bari, protonotario e nel 1279 luogoteta del regno
col titolo di vir nobis, infine divenne cavaliere e ciò
gli permise di ricevere un assegno di trenta once all’anno,
secondo quanto riferisce il Vincenti. Perse però la grazia di
Carlo II quando volle nominare vescovo della Chiesa di Altamura
un suo favorito, investitura che il re aveva già assegnato ad
altri. Allora Carlo dichiarò Regia quella chiesa, la restituì
al primo investito e condannò Sparano a pagare di tasca propria
i frutti ceduti.

Alla sua morte, lasciò i feudi al figlio
Giovanni, con l’obbligo di fare la dote alla sorella Margherita,
che ebbe tre mariti, il primo il Cav. Mayno de Guinis, poi il
Cav. Filippotto Nontolio, o dell’Autoglietta e infine Baldoino
d’Alagno signore di Sicignano e Sannicandro. Morì nel 1291, e fu
sepolto nel cortile sud della basilica di S. Nicola, nel vano del
secondo portale. Gli fu eretto un ricco monumento, in cui fu
sepolta anche sua moglie Fiandrina figlia di Gizzolino della
Marra. Al di sopra del sarcofago vi è una grande lapide dove si
legge che un certo Nicola Chyurlia, del quale sono elencati i
numerosi titoli nobiliari, ne curò l’installazione nell’anno
1742, per ricordare la presenza del sepolcro, ch’egli aveva
salvato dalla rovina.

Scrisse molte opere, che andarono in gran parte perdute, fra
esse Rosarium virtutum et vitiorum, che l’abate
Francesco Fusco da Ravello, con alcune sue Addizioni,
publicò nel 1571 a Venezia.

Fanno menzione di lui e delle sue opere, Giulio Cesare
Carpaccio, Pietro Vincenti, p. Antonio Beatillo, Niccolò Toppi,
Giangiuseppe Origlia, Giamberardino Tafuri, il Minieri Riccio e
molti altri.

Occorre però tenere presente che, nella storia
di Bari, vi fu anche un altro celebre Sparano, della famiglia
Chyurlia, illustre giureconsulto vissuto fra il XII e XIII
secolo, famoso per aver scritto Consuetudines Barenses.
Questa è una raccolta delle norme consuetudinarie baresi;
un’identica raccolta, avente diversa impostazione sistematica, fu
redatta da un altro giureconsulto contemporaneo Andrea da Bari.
Tali testi furono composti quando si cominciò a perdere o a
deformare la memoria delle antiche consuetudini nate al tempo
della dominazione longobarda. Sparano distrubuì il contenuto del
codice in 52 rubriche in latino, di cui le prime 11 trattano dei
delitti e delle relative composizioni, mentre le rimanenti
disciplinano, in maniera poco rigorosa, il diritto di famiglia,
quello di successione e le norme di procedura. A quest’ultimo
Sparano vengono attribuiti diversi requisiti che si riferiscono
certamente all’altro, ed è a lui che è intestata una delle
principali strade della città che, nel 1927, fu chiamata
Vittorio Veneto ma, al termine della seconda guerra mondiale, il
precedente toponimo, che tutti avevano intanto continuato ad
usare, venne ripristinato.