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Natale sul Gargano

Antiche atmosfere natalizie nei paesi del Gargano.

Verso i primi giorni di dicembre, nella città dell’Arcangelo Michele, come nei più piccoli centri del Gargano, l’avvenimento più importante, era costituito dall’arrivo degli zampognari. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone. Erano avvolti nei loro tipici mantelli a ruota.

I due «mistici» pastori, uno anziano, l’altro molto più giovane, attorniati da gruppi di ragazzini festanti, suonavano le loro «allegre novene» innanzi a ogni porta della città.

La notte di Natale gli zampognari si recavano nella Grotta dell’Arcangelo. Si toglievano il cappello, e suonavano la pastorella, sulle note della pastorale di Bach.

Anticamente, ogni notte si usava lasciare acceso un tizzone sotto la cenere, per accen-dere il fuoco la mattina seguente. Nella notte di Natale, però, nelle cucine garganiche, la fiamma del ceppo non doveva ardere sotto la cenere, ma doveva brillare. Questo perchè il ceppo simboleggiava l’albero causa del peccato originale di Adamo ed Eva. Solo consumandosi la notte di Natale avrebbe annullato la colpa, perché in quella notte Gesù scende in mezzo agli uomini, per la nostra salvezza.

Nelle case di campagna, il fuoco veniva acceso con un rituale quasi religioso. Doveva ardere lentamente per tutta la notte e restare acceso fino all’Epifania. Avrebbe così allontanato ogni disgrazia dalla famiglia. La cenere prodotta dal ceppo veniva sparsa nei campi, per propiziare un raccolto abbondante.

Una tradizione natalizia antica è la preparazione del presepe. Lo allestivano ricchi e poveri, ognuno secondo le proprie possibilità. Il presepe era contornato da frutta, in attesa di essere gustata dal Bambinello.
A Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case erano allietate da canzoni sul tema, intonate da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Una nenia, in particolare, riguarda la preparazione del corredino di Gesù: “Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’/. Questa strofa era seguita da altre simili, a parte il capo del corredino che variava fino al completamento del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ vestitin’). La Madonna li confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.
Nelle case dei signori troneggiavano anche i primi alberi di Natale. Erano ornati di arance e mandarini, stelle d’argento, fili d’oro, nastri di seta o pezzi di ovatta, per simulare la neve. Sui rami, giocattoli, doni, cioccolatini. Dopo la benedizione del capofa-miglia, venivano distribuiti ai bambini. Poi si cantava, si suonava, si ballava, ed i padroni offrivano vari dolci e rosoli ai convenuti.
In ogni famiglia, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo e attenzione alla cucina. Due o tre giorni prima di Natale, quasi tutte le famiglie facevano il pane bianco le ppene suttile (mentre usualmente si mangiava il pane bruno): erano gros-sissimi pani circolari, convessi, detti uceddete. Pesavano fino a otto, nove chili. Uno degli uceddete si conservava, per devozione, fino al giorno di Sant’Antonio Abate, che ricorre il 17 gennaio, per farne pancotto.
Una canzoncina di Vico del Gargano, recitava: “Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ‘ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke”. (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ e una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro forma). La “ranoncke” era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione del Natale.
Molto accurati erano i preparativi per il cenone, an-che nelle famiglie povere. I dolci hanno un significato simbolico: nella fantasia popolare le «cartellate» rappresentano le lenzuola di Gesù Bambino; i «calzoncicchi» i guanciali su cui Egli posò il capo; i «calzoni di S. Leonardo» simulano la culla; «il latte di mandorle» è il latte della Vergine, e i «mostacci-uoli» sono i dolci del battesimo.

A Peschici le donne facevano le «pettole» lunghe mezzo braccio. Un proverbio invitava a non saltare questo rito natalizio: ” I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne” (Le «pettole» che non si fanno a Natale, non si faranno per tutto il resto dell’anno).
In alcuni paesi delle Murgie, accorgimenti al limite della superstizione caratterizzavano la frittura delle «pettole». Le donne dovevano impastarle solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia: in altro momento ci sarebbero state disgrazie. Le contadine consigliavano di non bere mentre si friggevano -le frittelle, le cartellate, le pettole, altrimenti avrebbero assorbito troppo olio, che rischiava di non bastare. Dall’ultima pasta da friggersi, occorreva togliere un pezzo che dopo aver recitato una preghiera doveva essere buttato nel fuoco del camino in segno di augurio. La donna intenta a friggere non doveva lodare la frittura senza dire: «Dio la benedica», pena la cattiva riuscita dei dolci. Nel passare la frittura da un piatto all’altro, si doveva lasciare almeno un dolce, altrimenti gli altri sarebbero andati a male.
A Monte Sant’Angelo, nei giorni precedenti la festa, le strade sono più animate e le bot-teghe offrono insolite leccornie: ciambelle, fichi secchi, pere, mele, nocciole, anguille, capitoni, che si pescano nei laghi di Lesina e di Varano, i cefali, le triglie, i merluzzi e le alici. Alcuni piantano, innanzi alle loro case, l’albero del Na-tale carico di arance e limoni, e attorno al tronco ammuc-chiano la verdura.
Il 24 di dicembre si digiuna a mezzogiorno (Chi non fasce u desciune de Natale, o è turche, o è cane), anche se alcune famiglie spezzano il digiuno con qualche «pettola» ripiena di alici o di ricotta forte. La sera si fa il cenone, con la famiglia al completo. Dice il proverbio: «Natale e Pasque che le tue, Carnevale a do te trùve».
A Monte Sant’Angelo, la sera di Natale, si riuniscono i parenti e gli amici. La cena viene preparata nell’ampio camino. In passato, le famiglie dei contadini mangiavano le fettuccine fatte in casa, con i ceci conditi col sugo di baccalà, mentre il menù dei ricchi prevedeva spaghetti con le alici, oppure col sugo di pesce e broccoli stufati. Altri piatti di rito sono il capitone arrostito oppure fritto, marinato e le anguille. Le più buone sono le così dette mareteche, che crescono tra la foce del mare ed il lago.
Dopo cena, a Monte Sant’Angelo la gente si riversava nelle strade; numerose riunioni si formavano nei caffè; i fanciulli suonavano la puta puta, i giovanetti l’organetto, gli uomini la chitarra battente e la francese; i pecorai la c’iaramedd e la freschett; molti cantavano, altri ballavano, tutti chiacchieravano e ridevano; si sparavano piccole batterie, castagnole, razzi, bombe, bengali.
Con un certo anticipo, donne e ragazzi, con sedie e sedioline impagliate, che portavano sulla testa o sotto il braccio, si avviavano verso la Basilica di S. Michele, dove una folla immensa si pigiava, urtandosi lungo la sca-linata di e dietro la Porta del Toro ancora chiusa. Questa veniva spalancata solo quando suonavano le campane. La Grotta in pochi minuti era gremita di gente.
In realtà, si partecipava a tre messe: la prima a mezzanotte, la seconda all’aurora, la terza a giorno inoltrato. Tutti si vestivano a festa: « La notte de Natale/ Se mutene pure le ferrare»(La notte di Natale si cambiano anche i fabbri). Per le vie ognuno rivolgeva gli auguri alle persone che incontrava e molte famiglie si scambiavano i doni.
Tante erano poi le credenze e superstizioni legate a questa notte magica.
Si pensava che la notte della Vigilia Gesù, accompagnato da schiere di Angeli, scendesse nelle case: portava pace e felicità fra gli uomini. Le donne ritenevano che a mezzanotte la Madonna scendesse dal camino per asciugare al calore del ceppo i pan-nolini che devono fasciare il Bambino.
Dopo la cena si lasciava la tavola imbandita per le anime dei parenti morti, i quali per gentile concessione divina potranno partecipare, solo per quella notte, alla felicità domestica.
Si credeva anche che a mezzanotte gli animali potevano parlare, ma era vietato osser-varli, pena la morte.
Se si spegneva il ceppo, poteva morire il padrone di casa. Molti conservavano i resti del ceppo per esporli in caso di burrasche o temporali. La cenere, posta sul collo dell’ammalato, guariva dal mal di gola; le donne la conservavano in una tazza, esprimendo il desiderio di voler vivere un altro anno.
Allo scocco della mezzanotte, i vecchi insegnavano ai giovani gli scongiuri per evitare le tempeste
Se una ragazza la notte del Natale si guardava allo specchio con i capelli disciolti poteva vedere, invece della sua immagine, quella del suo futuro sposo.
Le donne che impastavano la farina la notte della Vi-gilia, poteva fare a meno del lievito: Gesù avrebbe fatto crescere lo stesso il pane.
Nei paesi del Foggiano si credeva che chi nasca nel giorno destinato al Bambino, divenuto giovane, sarebbe diventato licantropo. Per guarire tale malattia occorrerà pungere, con la punta di un coltello, l’ammalato, allo scocco della mezzanotte, per «fargli uscire il cattivo».
Un grande attenzione era poi riservata alla campagna. I contadini, terminate le pratiche religiose, andavano nei campi a trarre gli auspici per il nuovo raccolto. Se a Natale il cielo era limpido e sereno, ed a Pasqua era nuvoloso, il raccolto delle biade era sicuro: Natale sicche,/ massare ricche. In tale giorno si osservava la pianta della fava; se era nata ben avviata, era buon presagio per il raccolto delle olive e delle mandorle.
Nonostante le condizioni di vita fossero più precarie di quelle di oggi, i contadini invitavano nella propria casa i derelitti e gli orfani per offrire loro un boccone e per evitare che provassero stenti in quella notte. I «poverelli», ospitati a tavola in quel giorno, facevano le veci delle «anime dei morti». E se c’era qualche amico, che non aveva potuto raggiungere la propria famiglia lontana, veniva invitato. Gesù Bambino, ospitato a suo tempo in una grotta, sarebbe stato felice di sapere che nessuno, il giorno della sua nascita, era senza tetto e conforto.

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