Questo sito contribuisce alla audience di

I referendum all'estero-1° parte

I referendum sono ormai una costante della politica italiana. Tale istituto è così diffuso anche all'estero?

No, e questi nostri referendum non suscitano un grande interesse al di fuori del nostro paese trattando questioni interne e tecniche. D’altra parte quando essi hanno riguardato temi comuni a tutti i paesi avanzati (divorzio, aborto…) l’attenzione è stata massima. Negli altri paesi occidentali i cittadini sono chiamati alle urne a scadenze regolari e quasi mai in anticipo e, soprattutto nelle nazioni anglosassoni, il ricorso al referendum è un’eccezione.

La sola Svizzera, terra di antica democrazia diretta, o meglio i suoi cantoni chiamano i propri cittadini ad esprimersi sulle questioni più svariate. Invece in Germania è più raro; la stessa riunificazione del 1990 non è stata sottoposta al giudizio dei cittadini dei due Stati tedeschi; in Francia lo stato, burocratico e centralizzato, non predilige lo strumento referendario soprattutto dopo il quasi fallimento di quello del 1992 sul trattato di Maastricht. Invece nei paesi scandinavi è più diffuso ed è stato coi referendum che, per ben due volte, i cittadini norvegesi hanno sconfessato i propri governanti rifiutando l’ingresso nella Comunità Europea.

Spesso gli abitanti di una nazione sono chiamati a pronunciarsi su scelte che riguardano l’essenza stessa dello stato: con un referendum i cittadini moldavi hanno respinto l’unione con la Romania così come gli Albanesi hanno rifiutato il ritorno della monarchia subito dopo la caduta del comunismo. In Canada gli abitanti del francofono Quebec hanno votato più volte sulla loro indipendenza dal resto della Federazione, mentre pochi mesi fa i Venezuelani hanno approvato la costituzione decisionista del neo-presidente ed ex-golpista Chavez. Ma qui siamo già ai confini del referendum e ci avviciniamo al plebiscito