Serbia e Montenegro, separati in casa

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Yugoslavia, oltre a sancire la clamorosa anche se finora incompleta vittoria dell'opposizione democratica al regime di Milosevic, ha rimarcato la frattura esistente tra Serbia e Montenegro ed all'interno di quest'ultima repubblica.

Mentre in Serbia, che ha 10 milioni d’abitanti, la maggioranza della popolazione ha votato con entusiasmo, nella piccola repubblica adriatica, 600.000 cittadini, solo il 30% degli aventi diritto è andato alle urne. In realtà è un buon risultato e premia gli oppositori del presidente indipendentista Milo Djukanovic.

A favore di quest’ultimo la capitale, Podgorica, e le zone costiere; favorevoli a Milosevic ed al suo alleato montenegrino Bulatovic che propugna la continuazione dell’unione con la Serbia, le zone montuose settentrionali. Dalla sua elezione Djukanovic si muove verso l’autonomia da Belgrado e l’indipendenza del Montenegro, ma non ha convinto tutti i suoi concittadini:i legami storici, linguistici e religiosi coi serbi sono forti e si teme che il nuovo stato possa diventare un crocevia di traffici illeciti tra le due sponde dell’Adriatico, oppure che sia troppo debole per opporsi ai suoi rapaci vicini.

D’altra parte i montenegrini hanno dovuto sopportare in questi anni l’embargo (pur alleviato da un florido contrabbando) e le sconfitte militari patiti dalla Serbia di Milosevic ed hanno visto limitate da quest’ultimo libertà ed autonomia. La comunità internazionale vedrebbe con sfavore un ennesimo staterello balcanico, ma un’eventuale permanenza di Milosevic al potere dopo il secondo turno elettorale potrebbe spingere Djukanovic a tentare la carta indipendentistica con imprevedibili e forse tragiche conseguenze:l’intervento dell’esercito serbo, la guerra civile in Montenegro e l’inevitabile intervento, forse armato, dell’Occidente.

Solo una vittoria di Kostunica potrebbe evitare tutto ciò e far rimanere il Montenegro dentro una Jugoslavia rinnovata, democratica e federale.

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