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La donna nei paesi comunisti ed ex

Dopo il terremoto del triennio 1989-1991 nell'ex-blocco comunista che si estendeva da Praga ad Hanoi molto (o ancora troppo poco) è cambiato, sia in meglio che in peggio. Anche la condizione della donna nella società è molto mutata, soprattutto nei paesi dell'Europa Orientale ed in Russia, ma si può dire che c'è un effettivo miglioramento?

I principi ispiratori dell’ideologia comunista hanno sempre sostenuto l’emancipazione della donna e la sua parità con l’uomo in nome dell’eguaglianza tra i sessi e del suo contributo alla costruzione di una nuova società.
In tutti i paesi del blocco sovietico, ma soprattutto nell’URSS, le donne studiavano e lavoravano, potevano divorziare ed abortire, erano nell’esercito ed erano addirittura andate nello spazio.

Tutto ciò non deve nascondere una società ancora fortemente maschilista, soprattutto in Cina e nei comunismi asiatici, ed il fatto che le durissime privazioni imposte dalle difficoltà politiche ed economiche imponevano alla vita quotidiana delle donne le quali, in ogni caso, continuavano ad occuparsi sia della famiglia che molto spesso, soprattutto in Russia dove l’ecatombe di uomini durante la seconda guerra mondiale le aveva portate in massa in fabbriche ed uffici, che del lavoro.

Mancanza di beni di consumo e fin’anche di sussistenza, lunghe file per la spesa, difficoltà ambientali e persistente maschilismo, oltre alle eterne piaghe dell’alcolismo e delle violenze coniugali, rendevano la loro vita abbastanza difficile e la retorica di una società che aveva eliminato l’oppressione dell’uomo sulla donna in nome del comunismo impediva il sorgere di qualsiasi movimento femminista.

Dopo il crollo del comunismo oltre l’ex-Cortina di Ferro la situazione per la maggior parte delle donne è improvisamente peggiorata: c’era sì molta più libertà, ma in alcune zone erano tornati guerre e terrorismo; ora i i prodotti nei negozi non mancavano, ma gli stipendi avevano perso ogni valore di mercato e non si poteva compare ciò che ora si sarebbe potuto avere; molte donne avevano perso il lavoro statale che svolgevano durante le pesanti ristrutturazioni dell’economia piombando nell’indigenza e nella dipendenza anche economica dal marito.

Però adesso vi erano più possibilità di uscire d questa situazione, anche se poche trovavano subito un buon lavoro e solo alcune potevano emigrare all’estero per svolgere lavori umili (cameriera, cura di anziani e disabili, etc…) anche se avevano compiuto in patria studi e professioni colte e ben, prima del crollo, remunerate.
Centinaia di migliaia di russe, ucraine, polacche e moldave, etc. ora sono in Occidente a lavorare, mentre nei paesi di origine sempre più grande è la frattura tra le milioni di donne che fanno il possibile e l’impossibile per sopravvivere decorosamente al nuovo corso economico e le poche privilegiate che, soprattutto nelle capitali e nelle grabdi città, godono di uno standard di vita impensabile dieci anni fa.

Si tratta delle mogli e delle figlie dei nuovi ricchi del nuovo capitalismo che si fonda sul commercio ed i rapporti col potere: quasi un’altra razza rispetto al resto della popolazione femminile.
E’ lo stesso in Cina dove la differenza tra la moderna e benestante donna in carriera di Pechino o la consorte del miliardario di Shanghai e la contadina dello Yunnan ha raggiunto livelli pre-rivoluzionari.

Indubbiamente si tratta di un periodo di transizione alla fine del quale le conquiste sociali e legislative raggiunte in precedenza dalla donne riacquisteranno un maggior valore quando anche il miglioramento della situazione economica avrà reso meno difficile la loro vita di tutti i giorni.
L’unico problema è che la transizione potrebbe durare a lungo

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