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Il manuale del perfetto kamikaze

Un gesto mostruoso e lontano dalla nostra mentalità occidentale, influenzata dal cristianesimo e dal rifiuto del sacrificio. Ma come si diventa kamikaze?

“Al momento dell’impatto, fai del tuo meglio. La divinità e lo spirito dei tuoi compagni defunti ti guardano intensamente.
Prima della collisione è fondamentale che tu non chiuda gli occhi per non mancare l’obiettivo”.

Queste frasi concise ed inquietanti sono tratte dalla traduzione in inglese (la prima in Occidente) di un manuale dedicato alla preparazione fisica e psicologica degli aspiranti kamikaze. Questo libro risale agli anni ‘40 e venne scritto in Giappone durante la seconda guerra mondiale, ma è di tragica attualità dopo l’11 settembre e gli uomini bomba in Medio Oriente.

Le differenze tra i giovani giapponesi che si schiantavano coi loro aerei sulle portaerei americane nell’Oceano Pacifico ed i fondamentalisti islamici di oggi sono tante, ma i meccanismi psicologici che li portano ad una scelta così estrema sono pressochè gli stessi.

Corpo e mente devono essere al massimo, secondo il testo, per raggiungere uno “schianto ideale“.
Il kamikaze deve soprattutto distaccarsi dalla vita terrena già prima della morte fisica per concentrarsi solamente sul nemico ed il modo migliore per sconfiggerlo.

Una lucidità agghiacciante e razionale pervade il manuale così come la costante consapevolezza del grande onore concesso ai kamikaze e degli eroici requisiti richiesti a chi vuole immolarsi per una giusta causa.

Alla fine il libro si rivela finalizzato tutto alla preparazione dell’uomo al momento fatale e decisivo, ad aver coraggio di fronte alla morte, ad estraniarsi dagli eventi pur continuando a controllarli disponendo della propria vita e di quella altrui.
Poco prima della fine e dell’impatto letale al perfetto kamikaze compaiono i ricordi più cari: la madre, gli amici ed i compagni di lotta, il proprio paese, ma a quel punto tutto è finito.

Missione suicida compiuta.