Le ultime elezioni per il rinnovo del parlamento hanno avuto un esito clamoroso rivoluzionando il panorama politico turco ed aprendo nuove ed interessantissime prospettive per il paese, i suoi vicini e, soprattutto, per l’Europa.
Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) ha stravinto con il 34,2% delle preferenze ed avrà, in base alla legge elettorale, quasi i due terzi dei seggi.
Nel nuovo parlamento di Ankara solamente un altro partito sarà rappresentato (a causa del gravoso sbarramento del 10%), il Partito Repubblicano del Popolo (CHP), che ha ottenuto il 19,5%, ma la maggioranza assoluta andrà all’AKP, partito conservatore e d’ispirazione islamica.
Una profonda e rancorosa delusione per la vecchia e corrotta classe politica (simboleggiata da Bulent Ecevit, l’Andreotti locale, il cui partito è passato dal 21 all’1%!), la grave crisi economica e la frammentarietà degli altri partiti hanno causato il grande successo del partito di Recep Tayyip Erdogan, ex sindaco di Istanbul.
L’AKP è l’erede del Refah, il Partito islamico del Benessere, di Necmettin Erbakan, messo fuorilegge nel 1997 per fondamentalismo, ma non è un partito estremista, anzi si sta rivelando alquanto moderato e sembra per ora godere della fiducia dello stato e dell’esercito.
Stante una condanna che lo esclude dai pubblici incarichi non sarà Erdogan a guidare il governo, ma un suo fedelissimo ed il primario obiettivo dell’esecutivo è l’entrata della Turchia nell’Unione Europea, tema scottante che già divide tra contrari e possibilisti i vari membri della comunità.
Francia, Austria e Germania sono i più scettici, temendo un’immigrazione di massa da una Turchia comunitaria, ma i diritti umani, le ingerenze dell’esercito, la questione curda e l’essere la Turchia un paese islamico rendono non rapido e nemmeno certo il suo ingresso in Europa.
Comunque Ankara è candidata all’ammissione e sta facendo il possibile per adattarsi agli standard occidentali di democrazia e diritti umani, ma la strada da percorrere è lunga, così come l’economia non è assolutamente al passo coi rigidi standard europei.
Gli USA vedrebbero con gran favore l’entrata della Turchia, loro prezioso alleato e membro della NATO decisivo per la prossima guerra all’Iraq, in Europa, ma i costi per le finanze continentali sarebbero molto gravosi.
I timori di una svolta islamista del partito vincitore sono venuti subito meno, così come è stata confermata l’alleanza con Israele e la fedeltà all’Occidente, quindi adesso, nonostante i grossi problemi politico-economici, un governo saldo può effettuare tutte le riforme per portare la Turchia in Europa, un continente che sarebbe molto modificato da un suo inserimento di successo, da non esser più quello che conosciamo…

Maurizio Romani








