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A due mesi dalla caduta di Baghdad

La schiacciante vittoria anglo-americana contro Saddam Hussein ha aperto una nuova fase della storia irachena. Tra caos, rimpatri, incidenti, occupazione militare e anarchia il paese dovrà affrontare una lunga ricostruzione. E gli americani ed i suoi vicini non lo lasceranno certo solo...

A due mesi dalla caduta del regime iracheno continua l’occupazione e la stabilizzazione dell’Iraq, anche se il collasso quasi totale dello stato baathista renderà molto difficile e costosa la ricostruzione.
Non c’è stata la temuta rivolta sciita e l’odio per il passato regime non è stato ancora sostituito dall’avversione per i nuovi padroni che, d’altra parte, tentano di comportarsi con moderazione cercando la collaborazione locale.
Anzi, in Kurdistan l’appoggio per gli anglo-americani è totale e la regione settentrionale è di fatto ancora più autonoma oltre esente dal caos che affligge il resto del paese.

I dirigenti curdo-iracheni sono tra i maggiori vincitori del conflitto: abbattuto Saddam, hanno rioccupato ampi territori (soprattutto intorno a Kirkuk e Mosul) che il dittatore aveva cercato di arabizzare e che ora subiscono un’incruenta pulizia etnica alla rovescia.
L’integrazione di questa regione curda in un futuro Iraq unitario e federale sembra abbastanza inverosimile e, soprattutto, l’abortito intervento turco è il maggior successo di Barzani e Talabani.

Il centro-sud sciita ha patito le maggiori sofferenze di dittatura e guerra e quindi faticherà a riprendersi ed a sfruttare a livello nazionale la sua preponderanza demografica.
Inoltre senza un fattivo incitamento da Teheran i capi sciiti non insorgeranno contro gli Usa, anche per non causare ritorsioni contro i loro padrini iraniani.

Quindi per ora le maggiori resistenze sono nel centro sunnita da parte di gruppi di fedelissimi di Saddam, ma la situazione è sotto controllo e lo sarà ancor di più dopo l’arrivo degli altri contingenti stranieri, perlopiù dalla c.d. Nuova Europa.
Il vero problema dell’Iraq saranno la lunghezza della ricostruzione e le esigenze di sicurezza Usa che potrebbero portare ad una lunga occupazione, come in Afghanistan, tale da causare malcontento e rivolte
armate.

Nel frattempo coi riflettori ripuntati sulla Palestina le vicende irachene sembrano esser ritornate in secondo piano. Meglio per tutti, am sorpattutto per gli Stati Uniti.