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Che cosa cambia con il muro?

Che cosa prevede l'accordo di Ginevra? La costruzione del muro potrebbe affrettare i tempi di un negoziato o addirittura un accordo? Ed in che modo?

Perché è un compromesso e quindi non soddisfa tutte le ambizioni e gli obiettivi di entrambe le parti.
I due nemici, con l’accordo di Ginevra, si riconoscono a vicenda, si scambiano territori e popolazioni, concordano sui termini del loro dopoguerra.

Si tratta di un tentativo lodevole, anche se perfettibile (il paragrafo sul diritto al ritorno dei palestinesi in Israele non soddisfa quasi nessuno, per esempio) che risponde alla disperazione di mesi di attentati suicidi, omicidi mirati ed immobilismo politico.

Difficilmente tale accordo sarà adottato per ora: le forze estremiste sono ancora forti e né Arafat né Sharon sono disposti a reali dolorose concessioni.
Ma forse la costruzione del muro potrebbe costringerli ad agire.

Per i palestinesi meglio una pace di compromesso adesso che un confine insuperabile ed unilaterale che renderebbe velleitaria una continuazione del conflitto.
Per gli israeliani meglio una pace negoziata ora, da posizioni di forza e con la spada di Damocle del muro a proprio favore, che un muro completo e la minaccia continua di un nemico disperato dall’altra parte.

Il sogno di tutti è che, una volta raggiunta una vera pace, di questo muro non ci sia più bisogno e venga abbattuto, ma più realisticamente sul confine definitivo tra Israele e Palestina sarà eretta lo stesso una barriera per separare due popoli che diffidano ormai profondamente l’un dell’altro e soprattutto un paese ricco da uno poverissimo col logico rischio del trasferimento di decine di migliaia di palestinesi in Israele.

Così come in Irlanda del Nord un muro divide le zone cattoliche da quelle protestanti di West Belfast bloccando contatti e violenza, così potrebbe essere in Medio Oriente; in questo caso sarebbe un esito sgradevole perche’ il muro dovrebbe essere un mezzo e non un fine.
Ma come dice giustamente lo scrittore Amos Oz: “Israeliani e palestinesi non sono estranei, si conoscono benissimo, sono come marito e moglie che si odiano, come secondino e carcerato da decenni nello stesso spazio angusto.
E’ ora per loro di separarsi e dividersi la loro casa comune per giungere ad una convivenza distaccata, ma forse vivibile”.