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La sfida dell'Iraq da pacificare

Lo scorso 9 aprile il capitolo iracheno della guerra al terrore sembrava gia' concluso e si paventavano nuove azioni contro Siria ed Iran oltre che un impegno diretto per la soluzione del conflitto arabo-israeliano. Niente di tutto cio'.... l'Iraq e' ancora un campo di battaglia.

La guerra in Iraq è finita il 9 aprile con la repentina caduta di Baghdad e del regime dittatoriale di Saddam Hussein, ma il dopoguerra si è rivelato problematico, sanguinoso e potenzialmente ancora più esplosivo.
Pochi si aspettavano una resistenza armata così tenace e violenta, un mix letale di spietato terrorismo urbano e classiche azioni mordi e fuggi di guerriglia lungo le vie di comunicazioni.

L’obiettivo dei combattenti anti-americani (soprattutto seguaci del deposto ed introvabile Saddam, ma anche fondamentalisti islamici, terroristi di vari paesi arabi, agenti siriani, delinquenti comuni) è uccidere più occidentali possibile (essendo impossibile sconfiggere militarmente le forze della coalizione) così da spaventare e scoraggiare le opinioni pubbliche USA e dei paesi (Gran Bretagna, Italia, Spagna, Polonia, Giappone…) che hanno inviato o stanno per inviare truppe in Iraq.

Il sogno dei ribelli è un ritiro unilaterale degli occupanti, sul modello di quello dal Libano nel 1983 e dalla Somalia nel 1994, che lasci il nuovo governo provvisorio iracheno, debole e diviso, in balia dei suoi numerosi nemici fino alla sua quasi certa caduta.

E’ plausibile una simile eventualità?

In pratica no, nonostante si parli di date per il ritiro delle truppe Usa ciò sarebbe possibile solamente in caso di pacificazione e stabilizzazione del paese, altrimenti il contraccolpo negativo per Washington sarebbe maggiore di quello subito ai tempi della sconfitta in Vietnam.