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Georgia, una nazione sull’orlo dell’abisso

La rivoluzione incruenta che ha spodestato il presidente Shevarnadze fa sperare per un futuro diverso e migliore della Georgia, ma fa venire al pettine i rischi di una dissoluzione della repubblica caucasica.

Eduard Shevarnadze, anziano ex-ministro degli esteri sovietico e presidente della sua repubblica d’origine dal 1992, si è dimesso dopo settimane di grandi manifestazioni di piazza organizzate dall’opposizione in seguito alle contestate elezioni del 2 novembre.

Accusato di brogli il vecchio padre della patria ha perso man mano il sostegno di gran parte della popolazione e delle forze armate e, dopo la mediazione del ministro degli esteri russo Ivanov, ha lasciato volontariamente il potere.

Sotto il suo governo la Georgia era precipitata ancor di più nella crisi economica e nella paralisi politica; inoltre la corruzione diffusa, addebitata alla famiglia ed agli alleati del presidente, avevano causato il malcontento della popolazione.
Shevarnadze era, comunque, riuscito a tenere il paese a galla per un decennio in un Caucaso in fiamme, scosso da terrorismo e separatismi e dalle spietate guerre tra armeni ed azeri e tra russi e ceceni.

Dopo la caduta dell’Urss la Georgia era stata sconvolta dalla guerra civile tra sostenitori ed oppositori del leader indipendentista Gamsakhurdia e dai praticamente riusciti tentativi di secessione dell’Abkhazia a nord-ovest e dell’Ossezia meridionale a Nord.
Entrambe le province volevano riunificarsi con Russia e l’aiuto clandestino dell’ex-Armata Rossa ha impedito all’esercito georgiano di impedire una loro autonomia di fatto, anche se non riconosciuta, e la fuga di migliaia di profughi dai territori contesi.

Era questa la Georgia del 1992 quando ritornò Shevarnadze che fermò la dissoluzione del paese senza, però, riuscire a riprendere le regioni ribelli. Scottati da Mosca i georgiani inziarono una lenta marcia d’avvicinamento all’Occidente e soprattutto a Turchia e Stati Uniti, quest’ultimi visti come unico baluardo contro le prepotenze russe.

Inoltre Tiblisi ha appoggiato i ribelli ceceni contro Mosca ed i presidenti indipendentisti Dudaev e Maskhadov. Il confine ceceno-georgiano era decisivo per i contatti dei rivoltosi col mondo esterno (soprattutto islamico da dove arrivavano armi, denaro e combattenti) e la Russia accusò Shevarnadze di attentare alla sua stessa integrità territoriale col suo appoggio alla Cecenia.