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Allawi e... Bush contro tutti?

Quanto è saldo il governo di Iyad Allawi? A chi fa comodo un Iraq a lungo destabilizzato? Cambierebbe qualcosa nel caso George Bush non fosse rieletto? A gennaio l'Iraq terrà con successo elezioni così come ha fatto pochi giorni fa l'Afghanistan?

La violenza in Iraq non accenna a diminuire così come i sequestri di occidentali (dall’esito positivo come quello delle due volontarie italiane, oppure tragico come quelli di Baldoni e dell’inglese Bigley) e le operazioni militari americane contro città ribelli e guerriglieri. Negli ultimi mesi la situazione irachena ha registrato miglioramenti innegabili nonostante il clamore mediatico sottolinei soprattutto i numerosi episodi di violenza: il nord curdo ed il centro-sud sciita sono rimasti stabili, la rivolta di Moqtada Al-Sadr è stata contenuta, il ritiro delle truppe spagnole non ha causato un effetto domino tra le altre forze della coalizione (solo le Filippine si sono tirate indietro cedendo al ricatto terroristico, ma il loro contributo era ininfluente, inoltre la loro guerra al terrorismo la combattono da sempre a casa  propria..), la rivolta del famigerato triangolo sunnita non ha sfondato nelle province vicine, il governo di  Allawi, un politico sciita esiliato da Saddam, si è insediato e cerca di governare.

Ma la sensazione prevalente è che tutto ciò sia provvisorio e nuove crisi possano esplodere facilmente vista la fragilità della situazione sul campo e delle nuove istituzioni totalmente dipendenti  dagli Usa. Inoltre la crisi degli ostaggi ha preso di mira membri della coalizione e  non (Italia, GB, Francia, Turchia,..) per allontanarli dagli Usa; le milizie di Al-Sadr non sono state disarmate, i gruppi armati ribelli sono attivi e controllano campagne, quartieri di Baghdad ed intere città (Ramadi, Falluja, fino a poco tempo fa Samarra..), Allawi viene visto come un collaborazionista (la sua condizione non è diversa da quella del presidente libanese Lahoud nei confronti della Siria ed in parte simile a quella di Hamid Karzai in Afghanistan il quale però deve temere di più i suoi alleati signori della
guerra dell’ex-Alleanza del Nord che i nemici talebani..).

Un fattore indubbiamente positivo è la ricostruzione delle forze di polizia irachene che, nonostante pesantissime perdite, collaborano con le forze d’occupazione anche se finora il ricostituendo esercito iracheno è ancora sulla carta. Sicuramente senza gli Usa il governo di Allawi perderebbe il controllo quasi dell’intero paese, i curdi andrebbero a grandi passi verso un’indipendenza di fatto, politici, guerriglieri e capi religiosi sciiti e sunniti prenderebbero il controllo delle varie città e province del paese. Un tale scenario farebbe indubbiamente comodo a Siria ed Iran (finchè gli Usa sono impegnati in Iraq sono meno minacciosi per loro), ma spaventa i turchi (profughi e curdi verso l’indipendenza a spese di arabi e turcomanni) e gli arabi sauditi e del golfo (terrorismo interno, l’Iran strapotente, forti pressioni per mutare il loro vantaggioso orientamento filoccidentale).

Quindi chi lavora per destabilizzare l’Iraq?

Sicuramente gruppi politci e terroristici stranieri (Al Qaeda, Hezbollah..), con gran cautela i governi di Damasco e Teheran, potentati sunniti economico-religiosi che osteggiano violentemente l’Iraq progettato dagli USA, guidato dalla maggioranza sciita. In ogni caso non ci saranno novità eclatanti prima delle elezioni presidenziali americane di novembre (anche se gli attentati potrebbero indebolire Bush). Una riconferma del presidente uscente sarebbe accolta con sgomento dai c.d. stati canaglia, dai palestinesi e sicuramente da quei paesi europei contrari al conflitto e potrebbe portare ad un rinnovato impegno americano per eliminare militarmente la guerriglia e rinforzare Allawi, in vista addirittura di di nuove operazioni contro il c.d. Asse del Male

Invece un successo di Kerry più che un cambiamento della politica vedrebbe un mutamento di disponibilità ed aspettative nei confronti di Washington. Gli alleati europei contrari al conflitto potrebbero essere coinvolti sotto un’egida Onu, un eventuale ritiro (una volta consolidato il governo effettivo e assicurate le basi Usa) più rapido anche se la guerriglia non fosse stata debellata. Sicuramente non vi sarebbero nuove operazioni militari in Medio Oriente e Kerry proverebbe a risolvere l’arduo conflitto israelo-palestinese (che corre inesorabilmente verso la separazione unilaterale sancito dal prossimo ritiro da Gaza e dal muro di divisione) per riacquistare credito nel mondo islamico.

Quindi aspettiamo il 2 novembre