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Le conseguenze della legge anti-secessione

Il provvedimento del governo di Pechino non ha fatto escalare la tensione, anzi parafrasando Dante... "da un atto uscir fuor cose diverse"

La legge del 14 marzo che autorizza l’esercito cinese a prendere le misure necessarie per impedire l’indipendenza formale di una qualsiasi parte del territorio cinese, ha causato vaste reazioni negative in tutto il mondo, 1 milione di persone in piazza a Taipei per contestarla ed un diffuso timore che le relazioni tra le due sponde conflittuali dello Stretto di Taiwan si avviassero verso una violenta resa dei conti.

In realtà tale previsione è inesatta e sta iniziando ad essere smentita dagli eventi successivi, in particolare dai viaggi di Lien Chan and James Soong in Cina dove, entrambi hanno riaffermato, assieme ai leader comunisti di Pechino, l’accordo sul principio di “una sola Cina”, sancito nel 1992 ad Hong Kong in uno dei primi contatti diretti tra i governi dei due paesi, i quali rivendicavano d’essere i legittimi esponenti della nazione cinese.

Come è possibile?
In realtà politicamente una volta sancita dal punto di vista legislativo la sua dura reazione ad un’indipendenza formale di Taiwan, la Cina può permettersi di essere aperta al negoziato su tutto ciò che riguardi uno status dei rapporti inter-cinesi diverso dalla separazione ufficiale.
In precedenza Pechino aveva alternato minacce ed aperture, senza che le prime sembrassero fondate e le seconde convincenti. In questo modo le minacce non dissuadevano gli indipendentisti taiwanesi dai loro propositi secessionisti e le aperture non conquistavano la fiducia dei diffidenti cittadini dell’isola, timorosi più d’ogni altra cosa di perdere la loro invidiabile economia e prosperità sotto un nuovo regime comunista imposto dall’esterno.

Adesso la minaccia è concreta e gli indipendentisti sanno a cosa andrebbero incontro, ma ci si attende anche una decisa apertura per offrire loro ed a tutti i taiwanesi un’alternativa all’instabile status quo e ad una secessione che man mano che passano gli anni diventa più logica soprattutto per le giovani generazioni nate e cresciute nell’isola.
Dal punto di vista politico interno le visite soprattutto del presidente del Kuomintang assegnano finalmente e chiaramente a questo partito l’obiettivo ed il desiderio di raggiungere l’unificazione con la madrepatria (opposto al fine dell’indipendenza del DPP del presidente Chen) al posto del teorico sogno di sostituire il regime comunista a Pechino in quanto eredi del legittimo governo nazionalista della Cina prima della rivoluzione.

In questo modo il Kuomintang può farsi esponente convinto di quei larghi settori della popolazione e, soprattutto, della comunità economica, che vede in stabili e sempre maggiori rapporti con la madrepatria l’unico modo per assicurare benessere e pace agli abitanti di Taiwan e che sanno che l’indipendenza causerebbe la guerra col continente ed, anche in caso di vittoria, la fine della collaborazione economica col principale e naturale mercato dei prodotti taiwanesi con conseguente grave crisi economica durevole.

L’apertura da parte dei leader dell’opposizione taiwanese è stata rispecchiata dalle dichiarazioni di Hu Jintao che, nel comunicato congiunto finale della visita di James Soong, afferma che una volta che tutte le forze politiche di Taipei riconosceranno il principio dell’”unica Cina” si potrà discutere partendo dalla base comune “due sponde, una sola Cina”, accettando implicitamente che l’unione di Taiwan con la madrepatria può avvenire in maniera concordata e quindi tenendo conto delle richieste della controparte.