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Un accordo che soddisfi tutti o quasi..

In che modo si può convincere Pechino a lasciare l'attuale autonomia a Taiwan e gli indipendentisti ad accettare l'autorità della madrepatria cinese?

L’ipotesi della federazione, salvaguardando il sacro principio dell’unità cinese, lascerebbe a Taiwan il proprio governo ed il controllo del sistema giudiziario, economico e di polizia concedendo quindi un’autonomia impensabile oggi per le stesse Hong Kong e Macao. Sarebbe una rivoluzione che creerebbe una Cina sì unificata, ma con più centri di potere, primo passo verso una nazione federale (d’altra parte una vera autonomia potrebbe risolvere anche le annose questioni di Xinjiang e Tibet senza concedere loro la paventata indipendenza).

Una volta sistemato in tal modo il contenzioso territoriale con Taipei, la Cina potrebbe dedicarsi più incisivamente ad una serie di riforme liberali che possano portare le istituzioni di Pechino, Hong Kong e Taipei verso una somiglianza anche legislativa e di diritto sul versante delle libertà e del bilanciamento dei poteri.
Una federazione, lasciando gli affari interni al governo di Taipei, eviterebbe le limitazioni di libertà e diritti paventate e avvenute ad Hong Kong dopo la riunificazione, in cambio dell’enorme vantaggio, per Pechino e Taipei, di far terminare la tensione tra di loro, evitando ingerenze straniere, per concentrarsi adeguatamente sul progresso economico e sociale dei loro paesi, unendo risorse e manodopera cinese al know-how ed ai capitali taiwanesi.

In realtà Cina e Taiwan (pur in presenza di ostacoli significativi, quali ad esempio, la mancanza di voli aerei diretti), sono già unificate: economicamente.
Si stima che ben 300.000 taiwanesi vivano e lavorino nella sola Shanghai (1 milione in tutta la Cina, e ricordiamoci che l’isola “ribelle” ha 23 milioni d’abitanti) e la crescita economica cinese sostiene da anni la prosperità taiwanese (così come ha rivitalizzato le economie in crisi di Giappone e Corea del Sud).

Oltre 60.000 imprese hanno investito sul continente e, contando gli investimenti taiwanesi tramite società di paesi terzi, raggiungono il numero di 100.000. In realtà tutto ciò nonostante ostacoli politici d’ogni sorta che, se venissero meno, causerebbero un boom immediato ed un’integrazione totale e rapida che andrebbe sicuramente a favore dei più ricchi e preparati taiwanesi.
L’indipendenza ha un senso per sfuggire alla minaccia di un regime dittatoriale ed economicamente alieno, ma la veloce evoluzione capitalistica della Cina ha già avvicinato economicamente i due paesi ed un’auspicabile, pur se attualmente aleatoria, apertura politica renderebbe compatibili anche i rapporti tra i due governi.

Una Cina prospera, pacifica e democratica non avrebbe difficoltà a “riconquistare” senza armi Taiwan e fintantoché questo obiettivo non è conseguibile per evitare i pericoli di uno scontro militare, una soluzione federale sarebbe la misura più appropriata.
Questa visione, in quanto plausibile, dovrebbe essere accolta favorevolmente da tutti gli attori principali della contesa e permetterebbe anche agli indipendentisti taiwanesi di conseguire i loro obiettivi de facto senza più la spada di Damocle della possibile riconquista cinese.
Gesti come l’apertura di Taiwan ai turisti cinesi o il simbolico dono di due panda allo zoo di Taipei possono essere altamente significativi per aumentare la fiducia ed i contatti tra le due sponde dello Stretto di Taiwan, ponendo fine alla corsa agli armamenti ed alla propaganda ufficiale da entrambe le parti.

Tirando le somme la situazione sembra essere molto migliorata rispetto alle paure dello scorso marzo, successive all’entrata in vigore della legge anti-secessione cinese. Più che come il punto di partenza di una riconquista violenta dell’isola, tale provvedimento ha sancito l’inizio di prospettive più serie ed atteggiamenti di apertura più interessanti che rendano la prospettiva di utilizzare “misure non pacifiche” per assicurare l’unità della Cina assolutamente remota.
La possibilità che un dialogo diretto tra i due governi segua a quello tra l’opposizione taiwanese ed il partito comunista cinese è per ora lontana, ma è il viatico necessario per una necessaria e promettente discussione per risolvere la dannosa impasse politico-istituzionale tra i due stati cinesi.